RENZO MONTAGNOLI

Vedi tutti i suoi post
Vedi tutti

Ultime recensioni inserite

La resa dei conti - Mimmo Franzinelli

Quando finisce una guerra civile, che è sempre il più atroce dei conflitti, non è che tutto cessi, non è che l’odio che si è accumulato svanisca di colpo, perché sparisca quella carica di energia negativa che si è cementata è necessario che la giustizia prenda il sopravvento sugli istinti individuali, che punisca effettivamente chi si è reso colpevole di misfatti; in mancanza c’è il rischio concreto di una giustizia fai da te ed è di questo che parla Mimmo Franzinelli nel suo ultimo interessantissimo saggio La resa dei conti. In particolare esamina una strage compiuta nel maggio del 1945 a Sant’Eufemia, nei pressi di Brescia, da un gruppo di ex partigiani che imprigionò e soppresse una quarantina di persone fra ufficiali della famigerata X Mas, funzionari della Repubblica sociale italiana e civili di ispirazione politica fascista.
L’autore comincia giustamente dall’inizio del fenomeno resistenziale, cioè dalla formazione delle prime basi partigiane dopo l’8 settembre 1943 in quella che è la valle di primaria importanza per lo sforzo bellico, la Valtrompia dove ci sono diverse industrie di armi fra le quali primeggia la Beretta. Già qui il saggio si presenta di notevole interesse perché diventa la storia del partigianato nella provincia di Brescia, una storia fatta di entusiasmi, di delusioni, di fame, di paura, di rastrellamenti, di eccidi subiti, per non parlare delle torture a cui venivano sottoposti i cosiddetti ribelli presi prigionieri. E’ una storia certo di formazioni, ma soprattutto di uomini, capaci di attrarre a sé altri compagni di lotta e alcuni per far questo non esitano a sopprimere i possibili concorrenti. Fra i capi dei ribelli spicca un nome, tale Luigi Guitti, più conosciuto con il nome di battaglia di Tito Tobegia. Sarà lui con i suoi uomini a rendersi protagonista della strage di Sant’Eufemia, avvenuta in un periodo storico in cui la giustizia, ancora amministrata da magistrati del regime fascista, aveva più di un occhio di indulgenza nei confronti di quei fascisti che si erano macchiati di crimini orrendi, tenendo tuttavia una mano pesante nei confronti dei partigiani. Purtroppo, l’impunità per chi aveva commesso gravi crimini sotto il passato regime, unita alla constatazione dei favori a loro riservati, quando chi li aveva combattuti si sarebbe atteso un’esemplare punizione e un paese defascistizzato, fece credere a molti che la Resistenza fosse stata tradita. Questa tolleranza si manifestò non da subito, ma da quasi subito anche per il nascere di quel conflitto senza spari chiamato guerra fredda, ma molto probabilmente, come lascia intendere Franzinelli, è stato in larga parte dovuta al radicamento del fascismo avvenuto nel ventennio, il che ha impedito agli italiani di fare i conti con il passato, di modo che il pericolo di un ritorno di questa esecranda ideologia non è mai tramontato.
L’indagine di Franzinelli è meticolosa e asettica, lo storico bresciano vuole capire il come e il perché di questa violenza, senza sconti per nessuno, e vi riesce in modo esemplare. In questo modo La resa dei conti è un saggio di grande valore non solo storico, ma anche civile; nella narrazione non c’è assolutamente retorica, il fatto viene descritto così come è accaduto e non ci sono atteggiamenti moralistici, che avrebbero potuto essere motivo di accuse da una parte o dall’altra, non presenta vocazioni sensazionalistiche, né certe morbosità, riscontrabili in genere in testi che hanno praticato un’incompleta e inaffidabile revisione di quanto accaduto nel periodo immediatamente seguente la liberazione.
La resa dei conti è il libro che ci voleva per capire tante cose e proprio per questo ritengo che la sua lettura sia senz’altro raccomandabile.

I fucilieri di Sharpe - di Bernard Cornwell

Il romanzo è ambientato nel 1809 e si volge durante la tragica ritirata in Galizia delle truppe inglesi braccate da quelle napoleoniche. Sharpe e i suoi uomini del 95° Reggimento, posti a retroguardia, durante uno dei tanti attacchi dei francesi restano isolate e sulla scelta della direzione con cui proseguire sorgono i contrasti fra il fresco di nomina tenente Sharpe e i suoi uomini, in particolare con il gigantesco Harper, intenzionato a uccidere il suo ufficiale. Dopo una scazzottata fra i due i rapporti piano piano migliorano anche perché Sharpe riesce a imporsi come ufficiale ai suoi uomini. Incontrano poi il maggiore spagnolo Blas Vivar con un gruppo di Cazadores diretti in missione a Santiago de Compostela con una cassa dal misterioso contenuto. Ci sarà una battaglia finale con la presa della città grazie all’astuzia di Sharpe, non prima però di aver affrontato numerosi e sanguinosi combattimenti.
La trama è ricca di colpi di scena e si presenta a volte un po’ caotica, ma la descrizione delle scene di battaglia è sempre notevole. Interessante poi si presenta il legame con Harper, che Sharpe nominerà sergente, tanto più che dopo un’iniziale grave tensione sfocia poi nel reciproco rispetto e infine in un’autentica amicizia.
C’è poi anche una parentesi amorosa con una ragazza inglese, molto religiosa, in viaggio con gli zii con lo scopo di convertire al protestantesimo i cattolicissimi spagnoli, ma come sempre Sharpe non è fortunato in amore, perché la bella fanciulla preferirà un altro.
In questo volume di particolare rilievo è la progressiva trasformazione della mentalità di Sharpe da soldato semplice a ufficiale, con riflessi positivi almeno per quanto riguarda gli uomini che comanda.
In buona sostanza si tratta di un romanzo di facile e piacevole lettura.

R: Cesare - Alberto Angela

Questo libro parla della vita di Giulio Cesare e lo fa in un modo sorprendente, perché in presenza di un rigore storico ineccepibile la capacità divulgativa dell’autore finisce con l’appassionare il lettore come se avesse per le mani un romanzo particolarmente attraente. Viene istintivo dire che la grande abilità di Alberto Angela di proporci in televisione documentari è presente anche nel libro stampato.
La figura del grande condottiero e politico romano viene proposta in tutte le sue caratteristiche e così ci è dato modo di conoscere il Cesare abile stratega, nonché consumato politico, un uomo di grande cultura, ma anche contraddittorio, capace di grandi generosità, ma anche di notevoli crudeltà.
Era difficile tratteggiare in modo equilibrato la sua personalità, ma direi che Angela ci è riuscito e così la figura che ne esce è quella di un uomo dalle indubbie capacità, soprattutto militari, ma anche vittima della sua intima fragilità e della solitudine perniciosa del potere.
Il libro narra principalmenteo della conquista della Gallia e arriva fino al 12 gennaio del 49 a.C., cioè al famoso passaggio del Rubicone; non si basa solo sul De bello gallico, l’opera in proposito scritta da Cesare, ma anche su altre fonti di quell’epoca e successive. E’ così che oltre alla descrizione appassionante delle vicende militari si viene resi edotti su aspetti della vita di quelle popolazioni celtiche, dalla struttura sociale alla particolare religione; sono notizie che non possono che incuriosire, perché in effetti ben poco sappiamo dei Galli, a parte le vicende di Asterix, i cui fumetti hanno appassionato, e ancora continuano a farlo, grandi e piccini. Ed è proprio con un paragone che fa Angela fra i personaggi di questi fumetti e la realtà che possiamo sapere effettivamente le caratteristiche di quel popolo.
In ogni caso è apprezzabile rilevare che le integrazioni di carattere storico e archeologico non appesantiscono il libro, sono incisi inseriti nel momento giusto, quasi a rispondere a domande che il lettore inevitabilmente lì si finirebbe con il porre.
E’ per questo, è per lo stile snello, il ritmo elevato, per le attenzioni a dettagli che potrebbero sembrare superflui, ma della cui utilità ci si rende quasi subito conto che il libro appassiona dalla prima all’ultima pagina. Infatti, la prosa di Angela ha il dono dell’immediatezza, è come se chi ha per le mani il libro non si limitasse a leggere la storia, ma finisse con l’entrarvi. Le battaglie, anche quelle sul mare, le lunghe e faticose marce, le descrizioni di come viveva un legionario, perfino gli aspetti sessuali, fanno sì che i personaggi, molto spesso anonimi, diventino dei protagonisti; è così che quando legioni marciano sembrano sfilare davanti a noi e che uomini di più di duemila anni fa finiscono con il diventare nostri compagni.
Si può o meno tifare per Cesare, ma è impossibile non esserne soggiogati; in fin dei conti è un mito che abbiamo iniziato a conoscere a scuola, magari traducendo qualche pagina del suo De bello Gallico e sudando le proverbiali sette camicie per terminare il compito in classe, tuttavia consapevoli di conoscere in tal modo un personaggio straordinario.
Cesare La conquista dell’eternità è il libro adatto non solo per chi ama la storia romana, ma anche per chi vuole trascorrere un po’ di tempo (un bel po’, considerate le 640 pagine) con una narrazione affascinante, mai impegnativa, ma tale da lasciare tracce dentro di chi lo legge.

Il segreto del commendator Storace

C’è un nipote che vive quasi in miseria a New York e che arriva a Sestri Ponente dietro richiesta di un un prozio che è il commendator Lisandro Storace, ricco, anziano, malato di cuore e da tempo in procinto di morire, ma che poi riesce sempre a superare le crisi; c’è una riunione nella quale, chiamati e presenti le due vicine di casa, la cameriera, il parroco e il maresciallo dei carabinieri Galanti, il commendatore si appresta a svelare un segreto, ma, come inizia parlare, viene stecchito da un attacco cardiaco.
Il nipote trova una vera e propria fortuna, ma amerebbe anche conoscere il segreto che lo zio stava per svelare; tuttavia, a qualcuno interessa che non si venga a sapere nulla, ma il nipote, legittimamente curioso, si mette a indagare, scoprendo che lo zio si era sposato con una donna molto bella e anche molto più giovane, dalla mente instabile e che dopo dieci anni di menage, al termine dell’ennesima lite era partita per destinazione sconosciuta.
Opportunamente non ritengo di andar oltre, trattandosi di un giallo, peraltro dalla trama molto interessante.
Bistolfi, senza perdere la sua caratteristica ironia, imbastisce una vicenda che procede senza incertezze con un finale logico, anche se non scontato.
Si apprezzano come al solito le descrizioni, le atmosfere, ma ciò che colpisce di più è l’analisi in profondità dell’animo umano, in tutte le sue incongruenze, un’analisi che non può che stupire il lettore
Dei tradizionali personaggi dei suoi romanzi restano solo il maresciallo Galanti, mentre risultano assenti le sorelle Devoto, le tre anziane zitelle capaci di risolvere anche i casi più difficili. L’ambiente e le atmosfere sono quelle consuete, ma in questo romanzo l’aspetto prioritario è dato dalla trama e dalle ricerche per scoprire il segreto. Alla fine si avranno le risposte alle tante domande e, in tutta sincerità, appaiono logiche e certamente non campate in aria.
In conclusione si tratta di un buon libro che consente di trascorrere piacevolmente un po’ di tempo.

I cosacchi - Lev Tolstoj

I Cosacchi, un’opera di Tolstoj pubblicata per la prima volta nel 1863 su una rivista russa, ebbe un lungo periodo di gestazione per i tentativi dell’allora giovane scrittore di giungere ad avere una perfezioni stilistica accompagnata da un significato profondo. L’idea venne da un soggiorno, in qualità di allievo ufficiale, nel Caucaso dal 1851 al 1854, un’esperienza non tanto per il servizio militare quanto invece per l’incontro con un mondo che a un giovane nobile e abituato alla vacuità della vita moscovita dovette sembrare un’autentica rivelazione. Lì tutto è diverso, lì la natura ha preso il sopravvento (semplicemente stupende le descrizioni della stessa) e chi vi abita, i cosacchi, ne sono parte integrante, in una simbiosi perfetta. Il giovane militare Olenin, che è poi l’alter ego di Tolstoj, dapprima quasi stordito si abitua gradualmente al nuovo ambiente, umile, selvaggio, con una natura che lo attrae e che crede rappresenti l’unico mezzo per una sublimazione spirituale. Tutto intorno a lui è positivo, anche gli abitanti del villaggio in cui vive, a cui riconosce una genuinità e una spontaneità sconosciuta a Mosca. Si innamora anche di una ragazza, promessa sposa a un altro che tuttavia viene ucciso, circostanza che lo induce a dichiarare il suo amore alla fanciulla, che però lo respinge. L’immagine magica che si era costruito crolla di colpo, così decide di ritornare a Mosca.
Sembrava che la narrazione procedesse verso un lieto fine, la classica ciliegina sulla torta, ma la conclusione ha un retrogusto di amaro, perché sembra volerci dire che l’intento di nobilitare lo spirito attraverso la natura è fallace e che la ricerca di sublimazione della parte più intima di noi non può essere che un tentativo continuo, una fatica di Sisifo a cui tuttavia l’essere umano dovrebbe abituarsi per non restare solo materia.
I Cosacchi è indubbiamente un lavoro giovanile e lo si comprende dalla freschezza dello stile, tuttavia evoluto, scorrevole, capace di attrarre anche marcatamente, a chiaro sintomo delle qualità di un autore che emergeranno prepotentemente più avanti con Guerra e pace e con Anna Karenina.
E’ superfluo che aggiunga che è più che meritevole di essere letto.

Cacciatore e preda - di Bernard Cornwell

Non c’è un attimo di tregua per Richard Sharpe; dopo aver partecipato eroicamente allo scontro navale di Trafalgar, giunto in Inghilterra ha potuto coronare per poco il suo sogno d’amore con Grace, morta di parto insieme al bimbo, figlio del glorioso tenente. Disavventure ereditarie lo riportano di nuovo nell’esercito che aveva temporaneamente lasciato e in forza di un nuovo incarico, più da agente segreto che da militare, si reca in missione in Danimarca. Non vado oltre con la trama, complessa, ma molto appassionante, preferendo evidenziare come, pur riuscendo nell’impresa, non potrà realizzare un altro sogno nato a Copenaghen, un destino incredibilmente avverso che però consente al suo creatore, cioè a Bernard Cronwell, di perpetuarne le vicende.
Considerato che in questo volume Sharpe, pur restando un uomo d’azione, svolge prevalentemente un lavoro di intelligence si può proprio dire che questo è il militare ideale, capace di rivestire al meglio qualsiasi ruolo, caratteristica che ha ben compreso il futuro duca di Wellington.
Come sempre, se l’analisi psicologica dei protagonisti, è poco approfondita, però il ritmo incalzante e l’intreccio ben congegnato finiscono per attrarre il lettore che ha il piacere di trascorrere ore di lettura senza doversi scervellare, insomma anche questa volta il romanzo consente una più che gradevole evasione e in questo senso può essere definito un libro senz’altro riuscito.

Un'odissea partigiana - Mimmo Franzinelli, Nicola Graziano

Alla base della grande problematica trattata con questo saggio vi è il fatto che, terminata la seconda guerra mondiale e quindi intervenuta la liberazione dall’oppressione nazi-fascista, il nostro paese si è dimostrato particolarmente punitivo nei confronti di chi aveva combattuto per reintrodurre la democrazia e per contro clemente nei confronti di chi, per tanti anni, in particolar modo gli ultimi, aveva soffocato ogni libertà. E’ questo paradosso che balza subito all’occhio, è questa volontà di chi giudica nei tribunali di essere fin troppo ligio alle leggi quando gli imputati sono partigiani, e invece abituato a chiudere più di un occhio nei confronti dei fascisti. La circostanza è facilmente spiegabile qualora si consideri che i magistrati dei più alti gradi di giudizio per essere nominati in tal ruolo dovevano essere fedeli esecutori degli ordini del precedente regime. Per ovviare a questo problema, a cui contribuì anche l’amnistia del 22 giugno 1946 fermamente voluta dall’allora ministro della Giustizia Palmiro Togliatti con lo scopo di pervenire a una pacificazione nazionale, avvocati come Umberto Terracini e Lelio Basso, per evitare condanne pesanti a ex partigiani per reati commessi durante il periodo di lotta clandestina o nell’immediato dopoguerra invocarono per i loro assistiti lo stato di seminfermità mentale. Riconosciuta questa attenuante agli imputati si aprivano le porte dei Manicomi giudiziari, in cui se era facile entrare, risultava ben difficile uscire. La citata amnistia liberò migliaia di fascisti, ma si rese inapplicabile nei confronti dei partigiani riconosciuti dal tribunale incapaci di intendere e di volere. Quindi questi benemeriti del nostro paese, da considerare al di là dei giudizi dei magistrati sani di mente, vennero a trovarsi in una situazione che oserei definire tragica.
Di tutto questo parlano lo storico Mimmo Franzinelli e il giurista Nicola Graziano in questo interessante saggio che ha anche il pregio di portare alla luce un fenomeno che ritengo fosse conosciuto da pochi; per far questo si avvalgono, fra l’altro, delle lettere dei detenuti conservate dal giovane attivista comunista Angelo Jacazzi che tanto fece e si batté per questi infelici che penavano, di fatto imprigionati in una sorta di limbo istituzionale.
Il libro è interessante indubbiamente perché porta alla luce un problema di grande rilevanza quasi sconosciuto, ma anche perché evidenzia il fatto che in Italia non si riesce a fare i conti con il passato, con il risultato che questo passato può sempre ritornare. Il fenomeno rilevato e discusso è una delle tante contraddizioni che sono emerse nel dopoguerra e che di fatto si sono estrinsecate nella incompleta defascistizzazione del nostro paese. Le conseguenze, quindi, continuiamo a pagarle, in una democrazia fragile e che non riesce a consolidarsi totalmente anche per le carenze della nostra classe politica.
Un’odissea partigiana è un saggio di facile e piacevole lettura, che merita senz’altro di essere letto.

Delitto in sagrestia - Roberto Brunelli

Roberto Brunelli, oltre che appassionato e valido storico, ha scritto anche dei libri gialli, come è appunto il caso di Delitto in sagrestia, un volume di 113 pagine che si compone di due racconti, appunto Delitto in sagrestia, e Quella voce dal buio, le cui trame prevedono personaggi anche ecclesiastici, e il commissario di polizia Martini. Non si tratta quindi di romanzi, ma di racconti, di cui il primo, Delitto in sagrestia, è appena un po’ più lungo del secondo.
L’ambiente di entrambi è quello legato al clero, che è poi quello che conosce meglio l’autore, in entrambi è presente un omicidio (quello di un vecchio parroco il primo, quello di una studentessa universitaria il secondo). Se gli intrecci sono tutto sommato semplici e se la soluzione dei casi, demandata al fiuto del commissario Martini è senz’altro logica, ciò che si apprezza di più è lo stile elegante, che si potrebbe definire tranquillamente raffinato.
In ogni caso la lettura scorre velocemente e anche con piacere, arrivando al termine piuttosto velocemente.

Il dubbio delle signorine Devoto, ovvero Come spennare le oche senza farle gridare - Renzo Bistolfi

Quando un narratore si accorge che un personaggio da lui creato incontra i favori del pubblico è del tutto logico che continui a scrivere romanzi con quel protagonista. E’ anche questo il caso di Renzo Bistolfi che ha indovinato le figure di tre sorelle zitelle piuttosto avanti con gli anni e che presentano la caratteristica di essere ognuna complementare delle altre. Però se Siria, Santa e Mariannin Devoto sono personaggi azzeccati, non sono da meno i comprimari e l’ambiente in cui si svolgono le vicende, per non parlare dell’epoca, fine anni ‘50 inizi anni ‘60, che così lontana oggi sembra assumere quasi le caratteristiche di un periodo mitico, del passaggio fra un’Italia in corso di rinascita dopo la fine di una guerra disastrosa e l’affacciarsi sulla scena di una nuova generazione, talmente diversa dalla precedente al punto di pensare di trovarsi in un paese differente.
Così i romanzi gialli di Bistolfi, scritti con una giusta dose di ironia, diventano, oltre che la testimonianza di un’epoca lontana, anche un interessante e piacevole passatempo; si legge senza che sia necessario spremere le meningi più di tanto in una trama dove sì ha importanza trovare il colpevole di un reato, ma in cui i personaggi e l’ambiente hanno il peso più rilevante.
In Il dubbio delle signorine Devoto si parte dall’omicidio di una non giovane infermiera che integra le sue finanze con qualche prestazione sessuale e il cui colpevole a tutti gli effetti sembrerebbe essere il consorte ubriacone, per di più reo confesso, per arrivare, con metodo, a una soluzione che in partenza era inaspettata, ma che poi, con il progredire della narrazione, acquista consistenza.
Entra in gioco l’indagine delle signorine Devoto che in pratica finiscono per consegnare nelle mani dei carabinieri il colpevole, la cui identità non giunge del tutto inaspettata. Come al solito, però, il libro non si apprezza tanto per la trama gialla quanto invece per i personaggi che vi si affacciano con in primis, ovviamente, le sorelle Devoto che sembra di vedere a spasso con i loro cappellini fuori moda e le borsette di marca, anche se un po’ consumate, tre care arzille vecchiette che non possono che destare simpatia.
E poi c’è tutta vita di un quartiere, della via Privata Vassallo a Sestri Ponente, un microcosmo che sembra esistere a se stante, in cui il tempo pare essersi fermato, e forse è questo il desiderio dell’autore e cioè ritagliarsi un angolo di un mondo che è stato e che mai più ritornerà.
Da leggere, senz’altro.

Bongiovanni - da Giannetto Bongiovanni

Giannetto Bongiovanni, padano d.o.c. e non solo per essere nato a Dosolo, paese che sorge in fregio al grande fiume, ma soprattutto per l’influsso che il Po ha esercitato su di lui, che tanto ne ha parlato fra le tante cose che ha scritto. Personaggio indubbiamente originale, giornalista di professione, ma letterato e storico per passione, ha lasciato sicuramente di sé una notevole impressione al punto che a una cinquantina di anni dalla sua morte l’Associazionee Amici della Biblioteca di Dosolo ha inteso ricordarlo proponendo in questo volume alcuni degli scritti a suo tempo pubblicati fra il 1922 e il 1958, con tematiche che vertono tutte sul grande fiume. Ci sono racconti veri e propri, fra i quali mi permetto di evidenziare per la sua particolare bellezza Il posto a tavola e anche articoli di diverso argomento, per quanto sempre ricollegabili al Po.
Non si può non apprezzare lo stile sobrio, mai ridondante, privo di retorica che rende questi lavori di piacevole istruttiva lettura, ad uso e consumo non solo delle popolazioni rivierasche del grande fiume, ma anche di altre zone, perché per lo più si tratta di scritti di sicuro interesse. Ho apprezzato molto quello intitolato Mantova itinerari gastronomici, con tante curiosità che non potranno che soddisfare anche gli abitanti della mia provincia, come per esempio la tradizione del al bevr in vin, vale a dire la mneistra, meglio se con tagliatelle, con il vino, vino vecchio di bottiglia, oppure quella dei tortelli di zucca rigorosamente alla vigilia del Natale. E che dire poi dello sfruttamento industriale del fiume, con le draghe che estraggono una sabbia finissima di qualità superiore per le finiture in edilizia. Né poteva mancare un articolo dedicato a Dosolo, al paese natio, che non sarà forse una bellezza, ma che resta sempre nel cuore per chi vi si è affacciato alla vita.
Prima ho detto che ci sono elementi che possono interessare anche gente che non risiede nella provincia di Mantova; purtroppo, però, è ben difficile che possano prenderne visione, perché il volume, realizzato con il patrocinio dei comuni di Dosolo e di Brescello e con la collaborazione della Fondazione Paese di Don Camillo e Peppone, Comune di Guastalla, Camera di Commercio di Mantova, Carlo Bottoli, Gabriele e Cristina Gabrieli non è entrato nel comune circuito di vendite, trattandosi di un’opera diversa da un qualsiasi saggio, bensì di una pur valida pubblicazione commemorativa.
E’ possibile invece reperirlo presso le biblioteche di Dosolo, la Luigi Parazzi di Viadana e sempre a Viadana presso la Società Storica Viadanese, e questa limitazione è un vero peccato, perché il lavoro merita, ma soprattutto consente di avere una conferma delle qualità letterarie del Bongiovanni che ricordo autore di un saggio storico particolarmente riuscito su Isabella d’Este, una biografia indimenticabile.

L'eroe di Trafalgar - di Bernard Cornwell

In genere amo leggere libri piuttosto impegnativi, con lo scopo di arricchire la mia cultura, ma ogni tanto sento la necessità di svagarmi, di accostarmi a romanzi che non richiedano sforzi particolari per l’apprendimento, e al riguardo ci sono autori che ritengo idonei allo scopo. Fra questi figura Bernard Cornwell, narratore inglese prolifico, autore di serie di successo, fra le quali c’è Le avventure di Richard Sharpe, articolata fino a ora in ben 26 romanzi fra i quali è giunto per me ora il turno di L’eroe di Trafalgar. Sharpe è un personaggio che mi piace, ma mi attrae anche la celebre battaglia sul mare fra la flotta inglese e quelle alleate francesi e spagnole, conclusasi come noto con la vittoria della prima, però con la morte del suo comandante supremo Orazio Nelson.
Qui il protagonista, Richard Sharpe, è un sottotenente di fanteria, promosso a questo rango per aver salvato in battaglia un generale; è un uomo del popolo, ben poco istruito, senza famiglia, tanto più che era un trovatello, e che in guerra riesce a dare il meglio di sé. Nel romanzo lo vediamo partire dall’India per tornare in Inghilterra, in un viaggio che più avventuroso di così è difficile trovare, visto che ne succedono di tutti i colori nella lunga traversata che si conclude nel libro con la celebre battaglia di Trafalgar dove Richard Sharpe dimostra ancora una volta tutto il suo valore di guerriero. Sull’abilità di narratore di Bernard Cornwell c’è poco da dire, perché ancora una volta l’autore si dimostra abile nel confezionare trame avventurose, con descrizioni di battaglie che si materializzano davanti agli occhi del lettore come in una pellicola cinematografica; il ritmo poi è incalzante e i personaggi sono ben delineati. Troviamo infatti, oltre al nostro eroe, un comandante di marina che gli è amico, una bella signora con cui avvierà una relazione mettendola incinta, con il marito di lei che è un insulso aristocratico che guarda tutti dall’alto in basso e che ha un segretario che sinceramente è talmente odioso che non si può che desiderarne la morte; poi ci sono delle figure minori, più spalle che comparse, che animano con la loro presenza la scena, come alcuni marinai, ufficiali di marina inglesi, fra i quali Nelson, e addirittura il comandante di una nave da battaglia nemica.
Certo i caratteri sono appena abbozzati, nel senso che non si va in profondità, ma del resto questo rimanere in superficie, unito al fatto che queste figure, come i protagonisti principali, sono solo buone, oppure cattive, è compensato dallo sviluppo della vicenda senz’altro assai interessante e avvincente.
Si tratta di una lettura abbastanza veloce, nonostante le 425 pagine, e talmente appagante da meritare di essere consigliata.

Il coraggio della signora maestra, ovvero Storia partigiana di ordinario eroismo - Renzo Bistolfi

Dato che è già il terzo romanzo che leggo scritto da questo autore credo proprio che sia uno di quelli capaci di fidelizzare i propri lettori e raggiunge questo risultato con facilità e semplicità, grazie a un’attenta caratterizzazione dei protagonisti e a una notevole capacità di ricreare atmosfere di un passato, il tutto con uno stile sobrio, non ridondante, accompagnato da una stretta coerenza con i fatti nel tessere la trama gialla.
Anche questo che ho appena ultimato di leggere, Il coraggio della signora maestra, non sfugge alle regole che ho prima delineato, con una vicenda che si alterna fra il 1944 e il 1961, flashback ricorrenti, ma mai fastidiosi o dispersivi, strettamente correlati fra loro, non una riga di troppo, né una riga di meno. Il periodo in cui ha inizio la storia è quello della seconda guerra mondiale, nel secondo anno dell’occupazione tedesca e si svolge soprattutto in Piemonte nell’ambito del fenomeno resistenziale. C’è una giovane e bella maestra partigiana che sventa un terribile attentato dei tedeschi e c’è una spia, responsabile di tanti lutti. Questa riuscirà a sfuggire alla giusta punizione dei patrioti, rifacendosi una vita rispettabile sotto altra nome, ma verrà scoperta, grazie alla signora maestra e alla collaborazione decisiva delle tre sorelle Devoto, che sono ormai dei personaggi fissi nei romanzi di Renzo Bistolfi. In questa vicenda si innesta anche quella del marito della maestra e di alcuni suoi colleghi di lavoro, presi come capri espiatori insieme ad altri dallo stabilimento in cui lavorano a Genova, messi su un treno merci con i vagoni piombati e con destinazione un campo di concentramento, quello di Mauthausen in Austria; dopo non poche peripezie, riusciranno a fuggire lungo il percorso e a ritornare vicino a casa, ma in località più sicure.
Questa volta, oltre ai consueti elementi positivi, di cui più volte ho accennato, c’è una trama gialla molto ben azzeccata e una capacità non da poco di ricorrere nella narrazione, sebbene in modo alternato, a epoche diverse.
E’ inutile che aggiunga che Il coraggio della signora maestra mi è piaciuto molto e che, oltre a trascorrere piacevolmente alcune ore, mi ha indotto a delle costruttive riflessioni sull’incapacità di sfuggire al proprio destino, nonostante si sia data una svolta diversa alla propria vita.

Tappe della disfatta - Fritz Weber

La prima guerra mondiale vide direttamente impegnati, l'uno contro l'altro, il Regno d'Italia e l'Impero d'Austria, quest'ultimo anche pesantemente coinvolto nel conflitto con la Russia zarista.
C'è un'abbondante storiografia italiana riguardante quella che fu chiamata "La Grande Guerra" , pubblicazioni di abbastanza facile reperibilità nelle librerie; meno facile è trovare qualche opera della parte avversa, degli sconfitti, e in tal senso c'è da ringraziare la Casa Editrice Mursia che ha dato alle stampe tre volumetti di Fritz Weber, di cui uno oggetto della presente disamina.
Il valore di "Tappe della disfatta" sta soprattutto nel fatto che il suo autore racconta la sua esperienza diretta in questo immane conflitto; tenente di artiglieria, operò su tutti i settori del fronte: dagli Altipiani di Folgaria e di Lavarone a quelli dell'Isonzo, dal Pasubio a Caporetto, fino all'ultima fallita offensiva sul Piave.
Lo stile, sobrio, ma avvincente, fa rivivere nel lettore grandi eventi e la vita di ogni giorno di questi nostri nemici che certamente penavano al pari de nostri soldati, verso i quali l'autore ha parole da avversario, da contendente equilibrato, mettendo in luce le pecche, che non erano poche, dei nostri alti comandi, ma evidenziando un rispetto profondo per noi italiani.
Ci sono pagine che fanno rabbrividire e altre che muovono alla commozione, ma su tutto emerge chiara l'insensatezza di un conflitto come risoluzione dei problemi.
Non ha forse il carisma di "Niente di nuovo sul fronte occidentale", più romanzo, per quanto stupendo, ma riesce a delineare con un'efficacia incredibile il quadro di una guerra crudele e le fasi del disgregamento di quello che fu il grande impero austro-ungarico.
Per quanto ovvio, nel descrivere gli eventi si avverte lo spirito di parte, ma non trascende mai e, soprattutto, non stravolge le verità.
Per gli appassionati di storia della prima guerra mondiale sono dell'idea che questo libro sia imperdibile.

Guerra sulle Alpi 1915-1917 - Fritz Weber

Fritz Weber, che durante la Grande Guerra combatté dall'altra parte, cioè fu per noi un nemico, si rivela uno storico appassionato e al tempo stesso equilibrato e dotato di innata umanità.
Questo volume, che parla di gesta compiute sulle montagne, anche a quote impervie, è un commosso omaggio al sacrificio di tanti e un riconoscimento sincero del valore dei nostri soldati. Si parte così dall'altopiano di Lavarone ove effettivamente Weber prestò servizio per arrivare, un po' più in là, al Col di Lana, dove si combatté una battaglia fra le più sanguinose e che si concluse solo con l'esplosione della mina che avevano predisposto i genieri italiani con un lungo e pericoloso lavoro. Emergono così figure di notevole rilievo, fulgidi esempi di uomini temprati, già famosi, ma che diventano immortali immolandosi in una guerra crudele e senza risparmio di colpi, come nel caso della famosa guida alpina Sepp Innerkofler.
Le notevoli quote a cui si svolgono i combattimenti, il freddo, la neve, il ghiaccio saranno di volta in volta alleati dell'una o dell'altra parte, anche se alla fine l'unico vero vincitore sarà la natura. Ci sono descrizioni di notevole effetto, narrazioni di eventi che se non fossero riscontrabili avrebbero dell'incredibile, come la città nel ghiaccio della Marmolada, perforata da lunghe gallerie costruite sia dagli italiani che dagli austriaci, cunicoli che a volte addirittura si incontravano.
Resta la magia della natura a far da testimone agli orrori di una guerra fra uomini che, in altre epoche, si sarebbero invece calorosamente salutati lungo gli impervi sentieri delle Alpi.  

Dal Monte Nero a Caporetto - Fritz Weber

Undici grandi battaglie sull’Isonzo si conclusero con un quasi nulla di fatto, se si eccettua la presa di Gorizia, ma con gravissime perdite e, soprattutto, con pesanti strascichi sul morale delle nostre truppe, i cui effetti negativi, unitamente a gravi responsabilità dei comandanti, si sarebbero visti in occasione della dodicesima battaglia, quella nata dall’offensiva austriaco-tedesca e che si concretizzò nella disfatta di Caporetto. Fritz Weber che durante la Grande Guerra era tenente d’artiglieria sul fronte italiano, autore di altre celebri opere come Guerra sulle Alpi (1915-1917) e Tappe della disfatta, con questo volume in cui predomina l’aspetto storico sulle vicende personali parla appunto delle dodici battaglie dell’Isonzo e lo fa con quella sostanziale imparzialità presente anche negli altri suoi due libri. Certo ha un occhio di riguardo per l’esercito imperiale, di cui faceva parte, ma non lesina giudizi negativi sulla condotta delle operazioni, né si esime da apprezzamenti sul valore del nemico; in ogni caso la sua penna è guidata da un profondo senso di pietà per chi combatté disperatamente, morendo o restando gravemente ferito, lungo quel fiumiciattolo che risponde al nome di Isonzo e che negli intendimenti del nostro Stato Maggiore avrebbe dovuto rappresentare il punto di partenza per l’invasione dell’impero asburgico. Da un lato Cadorna mandava all’attacco frontale i suoi soldati, con conseguenti immani perdite, dall’altro Borojevic imponeva alle sue truppe di resistere a oltranza, contrattaccando ove era possibile. Questa tattica militare spiega pertanto l’elevato numero di caduti sugli opposti fronti, e senza che ci potesse essere una soluzione definitiva, perché se gli italiani non sfondavano, era altrettanto vero che gli austriaci, peraltro inferiori di numero, non potevano sperare in una vittoria determinante con una tattica d’arresto. Era una situazione di stallo, imposta dal terreno e dagli elementi contingenti, ma le cose avrebbero potuto essere molto diverse se, nei primi giorni di guerra, Cadorna avesse osato un po’, visto che il fronte austriaco era difeso da un velo di truppe; né mai al generale italiano venne in mente una mossa geniale come quella inventata da Conrad von Hotzendorf nella primavera del 1916 con la famosa Strafexpedition, fermata sì dall’eroismo dalle nostre truppe, ma soprattutto dal ritiro di numerosi reparti imperiali per essere avviati al fronte orientale onde contrastare una profonda offensiva russa, peraltro reclamata a gran voce dal nostro Stato Maggiore, messo alle strette dalla dirompente avanzata nemica sugli altipiani. Non dico che Cadorna avrebbe dovuto necessariamente attaccare sulla direttrice Asiago – Lavarone, ma ci fu più di un’occasione in cui un’azione ben congegnata in Valsugana avrebbe potuto portarci rapidamente a Bolzano e da lì al Brennero, minacciando di avvolgimento lo schieramento austriaco postato lungo l’Isonzo.
In Dal Monte Nero a Caporetto l’esperienza bellica di Fritz Weber ha un peso piuttosto modesto e a prevalere è invece la ricerca storica, a tutto beneficio della comprensione di certi eventi, fra i quali appunto lo sbandamento del nostro esercito in occasione della dodicesima battaglia, ed è importante sentire il suono dell’altra campana, la quale ribadisce l’incapacità dei nostri comandi a comprendere il senso di un’azione congiunta e manovrata di ampio respiro, che avrebbe potuto giustificare le grandi perdite con la conquista di vaste zone e con la minaccia non certo velata di puntare su Vienna. Quindi rispetto e onore per i nostri soldati e critiche, non infondate, per i nostri comandanti; per quanto concerne poi l’esercito austriaco c’è una partecipata commozione alla sorte di tanti militari di diversa nazionalità, ma tuttavia fedeli a un impero agonizzante ancor prima dell’inizio del conflitto; per i comandanti imperiali in genere c’è rispetto e anche stima, pure loro vittime di un regime morente. Per chi vuole conoscere un po’ di più la storia della nostra Grande Guerra Dal Monte Nero a Caporetto rappresenta un saggio utile e per niente greve, un’opera quindi che mi sento di consigliare anche perché dalla lettura di fatti che ci riguardano scritti da un ex nemico si possono solo trarre apprezzabili insegnamenti e ragionevoli metri di giudizio.

Vedi tutti

Ultimi post inseriti nel Forum

Nessun post ancora inserito nel Forum

I miei scaffali

Le mie ricerche salvate

Non vi sono ricerche pubbliche salvate