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Amore mio uccidi Garibaldi - di Isabella Bossi Fedrigotti
Forse sarà per l'età che mi porta a guardare indietro anziché in avanti, forse sarà perché le storie familiari, specie di un'epoca lontana, mi sono sempre piaciute, comunque sta di fatto che questo Amore mio uccidi Garibaldi mi ha affascinato. Di per sé può sembrare una storia come tante altre, di un periodo particolare della vita di due coniugi, ma l'epoca storica (è l'anno 1866), l'ambientazione, le atmosfere e indubbiamente la mano felice dell'autrice sono riuscite a trasformarla in un vero e proprio gioiellino. E credo che in larga parte non sia frutto d'invenzione, poiché qui Isabella Bossi Fedrigotti racconta del bisnonni paterni, vale a dire del conte Fedrigo Fedrigotti, e della principessa Leopoldina Lobkowitz, il primo un italiano di Rovereto in quel tempo ancora austriaca, la seconda boema di un nobile casato di grandi proprietà terriere. Sembra quasi che la terra unisca questi due esseri in un comune destino, ma su piani completamente diversi, perché Fedrigo è un piccolo nobile di campagna, appassionato agricoltore, ma con ben pochi mezzi finanziari, la seconda è una donna che fatica a trovare marito, pur essendo parte di una famiglia assai ricca.
Ma se l'incontro fra Fedrigo, avvenuto a Vienna quando lì si trovava con il suo reggimento di Ussari (era sottotenente di seconda classe), e Leopoldina, reduce da una promessa di matrimonio venuta meno, può sembrare frutto di calcoli di convenienza di diversa natura, la loro unione dimostrerà negli anni che alla radice del vincolo coniugale ci sono passione e amore. Sono due personaggi che singolarmente non brillano in modo particolare, ma insieme rilucono di una luce viva e dire che sembrano fatti l'uno per l'altra può apparire perfino superfluo, tante sono le occasioni e i comportamenti che inducono a credere che siano stati una coppia felice.
L'onestà e la dignità di Fedrigo, la capacità di Leopoldina di saper rinunciare agli agi, se pur sono virtù innate, si rafforzano nell'amore che li lega, un amore che li porta, pur fra tante difficoltà, a superarle, a lottare non tanto per se stessi, ma per la loro famiglia, allargata dalla nascita di un maschietto e di una femminuccia. Nel contesto di questa storia assume particolare rilievo la terza guerra d'Indipendenza, quella per intenderci che vide le nostre sconfitte a Custoza in terra e a Lissa in mare. In un Trentino in cui si parla quasi solamente l'italiano, le idee risorgimentali sembrano fare breccia di più fra la classe borghese e i nobili, fatta eccezione per Fedrigo, fedele al suo imperatore; l'idea di un Tirolo italiano non attecchisce invece fra la povera gente, fra i contadini, la cui fedeltà agli Asburgo forse deriva dal fatto che l'esperienza insegna che, cambiando padrone, nulla muta (e solo se va bene) nella loro condizione.
L'esercito italiano, sconfitto sul campo, si riscatta con Garibaldi e le sue Camicie Rosse, che, adottando la tattica della guerriglia, scorrazzano nelle valli Giudicarie e in Val di Ledro. Il generale e i suoi soldati, con la loro passione, che li porta a superare ogni ostacolo, sembrano rappresentare metaforicamente l'avvento di un nuovo mondo, in continua evoluzione, in netto contrasto con l'immobile e spento impero austriaco, il cui declino è già da tempo iniziato e si concluderà assai più tardi nel 1918 a Vittorio Veneto. Fedrigo e Leopoldina sono parte di questo stato ormai inerte, incapace di trovare nuovi slanci per rinnovarsi; temono i briganti garibaldini e lui si arruolerà volontario per combatterli. Inizia una fitta corrispondenza fra marito e moglie, un abile espediente per raccontarci di questa guerra e di un mondo che lento si spegne sulle note dei valzer viennesi.
“Amore mio, uccidi subito questo Garibaldi” scrive Leopoldina, come se sopprimendo un uomo si potesse risolvere il problema di una inarrestabile decadenza. Ovviamente Fedrigo non sopprimerà il capo dei briganti, ma dopo l'armistizio, beneficiando di una campagna militare in cui tuttavia non ha sparato colpi, assumerà incarichi importanti e ben remunerati. Sia lui che Leopoldina, visceralmente anti italiani, chiuderanno gli occhi prima dell'inizio della Grande Guerra e del crollo drammatico dell'Impero.
Il romanzo, che si legge con facilità e con grande piacere, è veramente bello, affascinante e commovente al tempo stesso, e ha inoltre il grande pregio di essere un preciso e interessante quadro storico.
Da leggere, ovviamente.
RENZO MONTAGNOLI - 2 anni fa
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Amori senza tempo - Nora Roberts
Trama 1° Romanzo: C'era una volta... Il futuro...
Anno 2250. Ignaro del bizzarro scherzo che il destino gli ha riservato, l'astrofisico Caleb Hornblower compie un esperimento a bordo della sua navicella spaziale ma, per un errore di manovra, precipita sulla Terra, tra i monti dell'Oregon. Che c'è di strano? Niente, a parte il fatto che si ritrova catapultato nel XX secolo, in un mondo a lui sconosciuto. A soccorrerlo è Libby Stone, una splendida antropologa, in grado di far girare la testa anche a un... marziano! Così, invece di ritornare al futuro, Caleb decide di...
Trama 2° Romanzo: C'era una volta... Il passato...
Anno 2055. Sono trascorsi cinque anni da quando Caleb ha lasciato il XXIII secolo per sposarsi con Libby, e il fratello Jacob non riesce a rassegnarsi all'idea di un matrimonio... interstellare! Meglio andare a controllare. Dopo alcuni tentativi trova il modo per compiere a sua volta un viaggio nel tempo, ma al suo arrivo tra i monti dell'Oregon, oltre al fratello e alla cognata, incontra Sunny, sorella di Libby. Affascinante, intraprendente, dinamica, è il classico tipo che ama prendere l'iniziativa e lo dimostra scegliendo di...
ANCY GANDOLFI - 10 anni fa
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Antologia di Spoon River - Edgar Lee Masters
Masters, di professione avvocato, nel tempo libero era assillato dal desiderio di scrivere qualche cosa del suo villaggio, una storia che racchiudesse in sé personaggi che riflettessero le principali caratteristiche umane, vale a dire i (molti) difetti e i (pochi) pregi.
A seguito anche della lettura di Elegia scritta in un cimitero di campagna di Thomas Gray nacque così l'idea di una raccolta poetica alquanto originale essendo costituita da epitaffi, come se fossero stati presi pari pari dalle lapidi di un camposanto di un immaginario piccolo paese della provincia americana.
Furono pubblicati uno ad uno sulle pagine del Mirror di St. Louis, incontrando subito uno straordinario successo, perché in queste 244 epigrafi, nel riportare le vicende del piccolo microcosmo di Spoon River, in una serie di quadri di grande effetto, Masters descrive in pratica la vita dell'uomo, con un'abilità, unita a un'ironia sottile e mai impertinente, che avvince il lettore, sorpreso da certi possibili raffronti con personaggi anche attuali.
Ma è anche un libro che parla con passione e senza enfasi di pace, che segue altresì un percorso da un'agnostica pace a un convinto antimilitarismo, da un'idea di socialità a una razionale convinzione che il capitalismo è una stortura; il tutto è espresso in modo garbato, piacevole e soprattutto chiaro.
Se ancor oggi, a quasi un secolo dalla pubblicazione, l'Antologia di Spoon River continua a riscuotere consensi è proprio per la sua attualità: l'uomo non è sostanzialmente cambiato e la storia lo dimostra.
Su quelle lapidi mai sarebbero apparsi gli epitaffi di Masters, perché è solo passeggiando per i viali di un cimitero che viene spontaneo chiedersi, leggendo le tante epigrafi che parlano di marito esemplare, di uomo pio e onesto, di persona amata da tutti, come mai l'umanità buona sia propria solo dei defunti.
E il grande merito di quest'opera è che attraverso la morte ci insegna la vita.
Se ora ci è possibile leggerla dobbiamo essere riconoscenti alla prima traduttrice della versione in italiano, Fernanda Pivano, capace di plasmare le parole senza nulla togliere allo spirito e alla bellezza dell'originale.
Questa raccolta, che fra l'altro ispirò anche Fabrizio De André, è di fatto ormai un grande classico, meritevole, quindi, di essere letto.
RENZO MONTAGNOLI - 3 anni fa
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Archangel - Robert Harris
Ogni tanto questo pur bravo autore confeziona libri non all’altezza della sua meritata fama; mi era già accaduto con Pompei e ora si ripete con Archangel.
La trama di per sé sarebbe notevolmente interessante, perché si narra di un ex professore di storia sovietica all’Università di Oxford, tale Fluke Kelso che a Mosca per un congresso incontra nella hall dell’albergo dove alloggia un veterano dell’esercito sovietico, Papu Rupava, che gli racconta una strana storia sulla morte di Stalin e di ciò che accadde quando il dittatore fu trovato in stato comatoso nella sua residenza di campagna. Ciò che gli dice è una di quelle rivelazioni in grado di sconvolgere non solo la vita di una nazione come la Russia, ma addirittura gli equilibri mondiali. Per ovvi motivi non vado oltre e questa volta più che in passato ho preferito iniziare il commento critico solo con un breve accenno alla trama.
La vicenda è particolarmente intricata e il lettore deve stare molto attento, dovendo anche a volte ritornare a qualche pagina precedente, tanto più che il thriller, perché di thriller si tratta, stenta a decollare e prende quota dopo un avvio piuttosto laborioso e lento, quasi che il romanzo fosse stato scritto da certi autori russi noti anche per la grevità delle loro opere. Peraltro si apprezza la capacità di rendere l’atmosfera opprimente di un paese che, uscito dalla dittatura sovietica, ha mantenuto tuttavia inalterata la sua struttura dominante sui suoi cittadini. Come in un recente passato gli agenti del KGB sono onnipresenti e si avverte chiara la sensazione di essere sorvegliati, di trovarsi in una gigantesca macchina dove la propria libertà è un valore ancora lontano da raggiungere.
Dicevo del thriller ed è così, fra furti di quaderni, ammazzamenti, una tensione spasmodica per avere completa contezza di un evento accaduto tanti anni prima (la morte di Stalin senza lasciare eredi, o forse no...), le manifestazioni dei nostalgici, insomma tanta carne al fuoco nella pericolosa ricerca della verità che Fluke Elso antepone a tutto.
Non è certo il miglior libro scritto da Harris, anche se, superata la lentezza dei primi capitoli, è in grado di assicurare al lettore il giusto divertimento. Fra l’altro dal romanzo è stato tratto un film nel 2005 diretto da Jon Jones e interpretato da Daniel Craig, noto per aver avuto il ruolo di James Bond in cinque pellicole. Non ho visto il film e quindi nulla posso dire in proposito, anche se pare non abbia incontrato un grande successo.
Comunque il romanzo ha un merito particolare, che emerge nel finale in verità un po’ troppo fantasioso, e cioè che il popolo russo è stato sempre talmente dominato dai suoi capi - di volta in volta lo zar, Stalin e a seguire gli altri - da avere la necessità di essere condotto per mano da un uomo forte, indipendentemente dalle sue effettive qualità, anzi ammirato e osannato tanto più il suo comportamento è da despota.
RENZO MONTAGNOLI - 2 anni fa
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