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Scipione l'Africano - Gastone Breccia
Publio Cornelio Scipione Africano (Roma, 236 o 235 a.C. – Liternum, 183 a.C.) è quel generale romano che a scuola destava i nostri entusiasmi grazie al successo che gli arrise nella seconda guerra punica. Francamente Annibale per noi scolari era un rompiscatole chi si era sognato di conquistare Roma e con essa l’Italia; ebbene quel Scipione gli fece pagare il fio delle sue colpe e tanto bastava a soddisfarci. Tuttavia, poiché qualcosa non accade mai per caso, ci pensa il lavoro degli storici a delineare un quadro dove l’esito favorevole di una battaglia è sempre frutto di circostanze ed eventi che la precedono.
Questa volta, a parlare di questo grande generale, della sua epoca, delle politiche dei contendenti è Gastone Breccia di cui ho già letto e apprezzato L’ultimo inverno di guerra.
Publio Cornelio Scipione è però una figura tutto sommato poco conosciuta e quindi un saggio che ne parli diffusamente costituisce già di per sé motivo di interesse. Quando poi il risultato è notevolmente esauriente, poiché si parla dell’uomo condottiero dalle prime battaglie sostenute in Spagna fino alla sua morte, prima politica e poi fisica, c’è da giurarci che l’appassionato di storia possa trovare quanto desidera, peraltro esposto addirittura capillarmente e in modo lieve, così che la lettura diventa notevolmente piacevole. La figura di quest’uomo che rimodellò la struttura della legione romana, facendone un’arma possente, una sorta di rullo compressore che consentiva di battersi, risultando vincente anche contro forze nemiche con un numero di combattenti sovente di molto superiore. In questo senso c’è un intero capitolo (Uomini e armi) in cui viene spiegato esaurientemente come era una legione, come funzionava, come erano armati i suoi componenti, un capitolo indispensabile per arrivare a capire come si svolse la famosa battaglia di Zama, quella in cui fu sconfitto Annibale e che di fatto impose definitivamente Roma su Cartagine.
Dalle battaglie in Spagna, con cui Scipione vendicò le sconfitte in passato là subite per opera dei cartaginesi e dove in battaglia perirono il padre e lo zio, fino all’eroico scontro diretto con Annibale la narrazione prende per mano il lettore con una capacità di attrarre al punto che quanto descritto può, con un minimo di fantasia, materializzarsi davanti agli occhi.
Peraltro, la figura di Scipione è talmente ben delineata che si è in grado di capire anche la sua visione della vita e dello stato, una visione moderna per l’epoca, tanto più che si era accorto che Roma, per la dimensione notevolmente aumentata, aveva bisogno di dotarsi di una struttura istituzionale diversa; tuttavia, in politica non gli arrise la vittoria come sui campi di battaglia, forse perché non era fatta per lui e anche perché ebbe in senato una costante forte avversione dei conservatori. Finì nell’ombra, ritirato nelle sue proprietà dove si spense all’età di 52 anni, volutamente isolato, ma anche abbandonato dagli altri, con una ingratitudine senza pari per l’uomo che più di tutti aveva reso grande Roma.
L’opera presenta numerose cartine relative alle battaglie ed è corredata da moltissime note, riportando altresì l’indicazione della cospicua bibliografia di supporto.
Da leggere senz’altro.
RENZO MONTAGNOLI - 2 giorni fa
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Goodbye, Eri - Tatsuki Fujimoto
parlando di manga è davvero eccezzionale. finale molto inaspettato e da non spoilerarsi per non rovinare la trama. Esperienza visiva fantastica. ogni panel disegnato come se fosse uno schermo di un cinema. DA LEGGERE
ILIJA MIRKOVIC - 8 giorni fa
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Peste e lanzi a Mantova (1629-1630) - Rodolfo Signorini
Chi non ricorda la peste del 1630 così ben descritta da Alessandro Manzoni nei suoi Promessi sposi, se non altro per quelle poche pagine di autentica commozione in cui una madre affida alle mani dei monatti il corpicino della figlioletta Cecilia che il morbo aveva ucciso. Ebbene, quella tragica epidemia non colpì solo Milano, ma si estese un po’ a tutta l’Italia e ne furono vittime anche Mantova e i suoi dintorni. Pare che a portarla nel nostro paese e a diffonderla siano stati i lanzichenecchi, le truppe imperiali intervenute nella guerra per la successione di Mantova e del Monferrato; questi mercenari misero a ferro e a fuoco il nostro paese e, posta sotto assedio Mantova, riuscirono a farla cadere, dilagando nelle vie cittadine, derubando, stuprando e uccidendo chi era sfuggito alla peste.
E’ soprattutto della vicenda del contagio che parla questo libretto scritto da Rodolfo Signorini, storico mantovano recentemente scomparso, e che nel caso specifico lo fa secondo un filo logico in cui il suo intervento è solo di raccordo dei vari documenti reperiti negli archivi cittadini.
Si può così rilevare che l’epidemia provocò le stesse difficoltà da noi incontrate nel recente periodo in cui l’Italia e molti altri paesi dovettero subire il Covid. Certo, un po’ più edotti dalle acquisite conoscenze mediche nel frattempo intervenute, non ripetemmo certi errori, come quelli che provocarono una maggior diffusione del morbo determinato dalla incosciente decisione di istituire delle processioni volte a ottenere l’intervento divino.
Il professor Signorini è studioso attento, capace di discernere fra le varie fonti, trovando sempre quella più idonea e più attendibile, e anche in questa circostanza è stato capace di dar vita a un librettino dove in poche pagine si racconta tutto, dalle cause della guerra per la successione di Mantova, alla nascita e alla diffusione della pestilenza, dall’impotenza nell’opporsi alla stessa fino alla fine di quel periodo tragico.
E’ una finestra aperta su un dramma che possiamo solo immaginare e che testimonia quanto siamo piccoli di fronte alla natura.
Come si conviene quando la pubblicazione è un saggio storico sono indicate tutte le numerose fonti ed è presente un non trascurabile corredo fotografico costituito per lo più dai ritratti dei Signori dell’epoca e dalla documentazione originale stilata in occasione della pestilenza.
Da leggere, lo merita.
RENZO MONTAGNOLI - 8 giorni fa
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Stranger things - testi di Jody Houser, Greg Pak
bellissimo❤️❤️❤️
Utente 20120 - 12 giorni fa
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Cattolici e ribelli - Giovanni Telò
E’ indubbia la valenza della Resistenza, tanto che fra le mie letture sono numerose quelle di libri, soprattutto saggi storici, che affrontano questo tema così importante. Purtroppo sono pochi quelli che ne parlano relativamente al fenomeno nel mantovano, anche perché la piattezza della pianura rendeva molto difficile ed estremamente rischioso svolgere un’attività insurrezionale attiva, con i colpi di mano che sarebbero avvenuti solo allo scoperto e con la pressoché totale assenza di sicure basi in cui riparare. Questo è solo uno dei due motivi che mi ha spinto a leggere il saggio di Giovanni Telò, vale a dire per conoscere qualcosa di più di quanto accaduto nella mia provincia dall’8 settembre 1943 alla fine dell’aprile del 1945; l’altro è invece una naturale curiosità per sapere come, più che i cattolici laici, il clero mantovano ebbe a comportarsi. Tengo a precisare relativamente a questo ultimo scopo che ero già a conoscenza del comportamento di alcuni sacerdoti, come per esempio monsignor Egidio Mazzali, anche perché amico di famiglia, e comunque di pochi altri. Mi importava anche sapere il ruolo svolto dagli esponenti del clero che parteciparono alla Resistenza e leggendo questo saggio mi ha confortato la conferma che il loro impegno fu civile; non spararono di certo, ma, pur rischiando parecchio, si impegnarono nel soccorso ai combattenti, nella protezione degli ebrei, nel dar vita a cellule resistenziali.
Giovanni Telò ha effettuato una ricerca storica minuziosa e il risultato è un elaborato che così come è strutturato non è per niente greve, anzi è avvincente; emergono figure luminosissime, come don Costante Berselli e don Eugenio Leoni, che si contrappongono a un personaggio che di certo non si può dire un buon cristiano, come monsignor Domenico Menna, vescovo di Mantova dal 1928 al 1954, figura legata al fascismo che ebbe sempre a sostenere. Tuttavia, se giustamente questo elemento negativo della Chiesa viene evidenziato e Telò gli dedica parecchie pagine, rifulgono numerose le figure di modesti e umili preti, il che dimostra come il vescovo fascista sia stato, almeno nel clero mantovano, un’eccezione negativa.
I cattolici, cioè coloro che cercarono di mettere in pratica il credo religioso e quindi fra questi non solo gli ecclesiastici ma anche i laici, furono certamente in numero minore fra i partigiani italiani, ma furono comunque importanti, dando un contributo militare, civile ed esistenziale di notevole portata, rischiando come gli altri, anche immolandosi per un mondo più giusto. Ebbero le loro formazioni combattenti, le Fiamme Verdi, e non pochi pagarono la loro ribellione con la prigionia nei lager tedeschi, come Don Berselli a Dachau, o addirittura con la morte, non sempre in battaglia, ma con la fucilazione dopo inenarrabili torture.
Secondo me Cattolici e ribelli è un lavoro di rilevante importanza, meticoloso, obiettivo, scritto in modo lieve, in cui, come dice anche Giovanni Telò, l’intenzione non era di narrare una storia, ma tante singole storie di persone che in quel momento così tragico seppero esprimere il loro deciso dissenso dalla ferocia e dalla violenza, conservando la fede e sempre dimostrando coraggio e umanità.
Da leggere, senza ombra di dubbio.
RENZO MONTAGNOLI - 19 giorni fa
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Nelson - Terry Coleman
Horatio Nelson (Burnham Thorpe, 29 settembre 1758 – Capo Trafalgar, 21 ottobre 1805) è il famoso ammiraglio britannico che nella guerra fra gli inglesi e la Francia di Napoleone Bonaparte si impose sul mare, vittorioso prima ad Abukir, poi a Copenaghen e infine a Capo Trafalgar, battaglia questa che pose fine a qualsiasi contrasto da parte della flotta francese., ma che comportò anche la sua morte, colpito da un proiettile di fucile (da rilevare fra l’altro che in scontri precedenti aveva perso un braccio e poi l’occhio destro).
Per questi motivi e anche per la sua morte in battaglia è considerato dagli inglesi un eroe nazionale; non sembrerebbe però dello stesso parere Terry Coleman che con questo suo Nelson l’uomo che sconfisse Napoleone disegna un ritratto che si potrebbe definire a tinte fosche.
Nel suo saggio nulla si toglie alle capacità militari del personaggio, un vero e proprio genio, caratterizzato tuttavia da una innata ferocia e da contrasti di carattere, a tratti eroico e ad altri vanaglorioso.
Anche della vita privata c’è parecchio da rilevare, come per esempio la sua relazione scandalosa con Lady Hamilton, i suoi comportamenti irritanti o addirittura il venir meno agli accordi con il nemico. A tal riguardo destò scalpore, e lo desta tuttora, il non aver rispettato i patti di resa concordati con i capi della Repubblica Napoletana, che furono consegnati a re Ferdinando IV, con conseguenze nefaste (l’ammiraglio Francesco Caracciolo venne impiccato).
Insomma Nelson è quello che si può considerare un personaggio con luci, ma anche con tante ombre.
Proprio per tale motivo, l’autore del saggio ha preferito separare l’uomo dalla leggenda, facendo di Horatio Nelson sì un eroe, ma notevolmente imperfetto.
Il libro è indubbiamente interessante, ma spesso e volentieri è didascalico, gravando così sul piacere della lettura, di cui però è senz’altro meritevole.
RENZO MONTAGNOLI - 19 giorni fa
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E' troppo facile - Agatha Christie
Ogni tanto è opportuno concedersi la lettura di qualche libro di pura evasione, magari del genere poliziesco e ancor meglio se l’autore è uno di quelli che tiene sulla corda fino all’ultimo, allorché si svela il nome del colpevole o dei colpevoli.
Il caro amico che mi ha voluto far dono di E’ troppo facile probabilmente intendeva farmi trascorrere piacevolmente qualche ora, senza però che la trama fosse di pura e semplice evasione, perché quando si tratta di opere di Agatha Christie si può essere certi che, pagina dopo pagina, ci si mette in concorrenza con l’investigatore di turno. Nel caso specifico questi è un ex poliziotto che ritorna in Inghilterra dopo un lungo periodo di servizio in India e in treno ha l’occasione di conoscere una signora anziana che si reca a Londra da un paesino dell’interno per esporre a Scotland Yard i suoi dubbi e i suoi sospetti su certe misteriose morti. Purtroppo la vecchietta non riuscirà a parlare con qualcuno del celebre centro di polizia, perché muore investita da un auto che si dilegua rapidamente. Luke Filtzwilliam, così si chiama l’ex poliziotto, appreso della tragica scomparsa della sua interlocutrice in treno, in considerazione di certi discorsi della stessa circa morti strane senza tuttavia svelare i suoi sospetti, da buon investigatore si sente in dovere di indagare e in tal senso si reca a Wychwood, questo è il nome del paesino, presentandosi come uno scrittore che fa una ricerca sulle credenze popolari. Non intendo andare oltre, nel timore di svelare troppo, ma voglio che si sappia che alla fine dell’indagine, accertate che le strane morti erano proprio omicidi, il colpevole sarà assicurato alla giustizia. Fra falsi indizi, tra sospetti che si rivelano infondati, procede Luke Filtzwilliam, che non ha certo le capacità di analisi e di sintesi di Poirot, qui assente, ma che si rileva un funzionario di polizia diligente e di normali qualità, ben coadiuvato da una ragazza del posto, che ha il dono di un notevole intuito, collaborazione che, oltre a svelare il mistero, porterà anche a una relazione amorosa fra i due.
Inutile che aggiunga che si conferma una volta di più la tradizionale abilità di Agatha Christie nel confezionare i suoi romanzi, sempre di piacevole lettura.
RENZO MONTAGNOLI - 19 giorni fa
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Colpire Mussolini - Mimmo Franzinelli
Mimmo Franzinelli è attualmente il miglior studioso del periodo fascista, tema che mi interessa in modo particolare, tanto che piano piano sto leggendo tutti i libri dello storico bresciano, lavoro improbo perché la produzione è molto feconda e così accade che le uscite siano piuttosto frequenti (solo nel corrente anno Gli artigli del condor e Colpire Mussolini). L’ultimo, appunto Colpire Mussolini, che abbraccia un periodo che va dal 1925 al 1926, si focalizza su quattro attentati falliti contro Mussolini, analizzandoli in modo tutt’altro che superficiale, trattandosi di eventi determinanti a seguito dei quali vi fu l’inasprimento della dittatura fascista.
E’ indubbio che il lavoro preparatorio deve essere stato particolarmente gravoso, volto a chiarire ogni aspetto dei fatti, non limitandosi quindi alle cronache giornalistiche dell’epoca. E’ doveroso riconoscere che il frutto di questa fase propedeutica ha il pregio non indifferente di presentare una narrazione capillare, corredata dai necessari approfondimenti e riflessioni, senza tuttavia risultare greve, circostanza di notevole pregio, trattandosi di un saggio storico e non di un romanzo. La lettura diventa così appassionante, visto che anche i quattro attentati hanno motivazioni ed esecuzioni diverse. Numerose pagine sono dedicate al tentativo di Tito Zaniboni, questo mantovano socialista, pacifista e poi con l’entrata in guerra nel 1915 diventato un eroe plurimedagliato. Nonostante abbia tentato più volte un avvicinamento al fascismo dall’ala destra del Partito Socialista, Zaniboni organizzò, in verità malamente, un attentato a Mussolini, un’azione che avrebbe dovuto essere violenta e che invece non lo fu perché venne arrestato ancor prima di imbracciare il fucile con il quale intendeva sopprimere il dittatore. L’analisi svolta da Franzinelli è molto accurata e si spinge anche ad approfondire il carattere del mancato attentatore, così che risultano delle strane somiglianze con quello di Mussolini, dalla comune origine politica ed entrambi individualisti e narcisisti.
Il tentativo di Violet Gibson, che per circostanze fortuite si concluse solo con una ferita di striscio al naso del Duce, ha origini ben diverse, data l’acclarata infermità di mente della donna, tanto che per tale motivo venne assolta dal tribunale ed espulsa verso l’Inghilterra; l’attentato comunque provocò un’ondata di sdegno in Italia e contribuì a rafforzare la figura di Mussolini in un periodo per lui negativo a seguito del rapimento e omicidio del deputato socialista Giacomo Matteotti.
Gino Lucetti fu quello che tentò di sopprimere il dittatore con una bomba lanciata l’11 settembre 1926 contro l’auto che trasportava Mussolini da casa sua a Palazzo Chigi; sfortunatamente l’ordigno rimbalzò, cadde a terra, dove esplose ferendo otto passanti. L’attentatore fu condannato a 30 anni di carcere, ma nel 1943 fu liberato dagli alleati, concludendo da lì a poco la sua esistenza come vittima di un bombardamento. Anche in questo caso le circostanze e le complicità non furono mai completamente chiarite, pur figurando fra gli arrestati e poi condannati altri due anarchici come Lucetti.
L’ultimo attentato cronologicamente avvenne il 31 ottobre 1926, per mano di Anteo Zamboni, considerato un pericoloso anarchico, ma se anche un ragazzino di 15 anni forse può essere pericoloso, è lecito tuttavia dubitare delle sue scelte politiche. Certo, era figlio di un ex anarchico che per opportunità era diventato fascista, ma mi resta il dubbio che altri abbiano armato la mano di Anteo, non escludendo la possibilità che si sia trattata di una cospirazione di una frangia fascista. Gli andò male, nonostante avesse mirato bene, ma la buona stella di Mussolini nella circostanza fece gli straordinari. Il ragazzo venne praticamente linciato subito, strana circostanza, perché in genere si tende a catturare il colpevole per conoscere se ci sono dei complici, e forse non si voleva che i nomi di questi venissero alla luce. Ne pagarono invece le conseguenze, e in modo pesante, i familiari, pur senza averne la minima colpa.
Alla fine di questo periodo di attentati il risultato fu che il popolo italiano si compattò intorno a Mussolini; inoltre, circostanza ben più importante, costituirono il pretesto per l’emissione di leggi speciali che sancirono la definitiva affermazione della dittatura, in presenza di un antifascismo inerte e diviso. Fu in questo modo che vennero sciolti tutti i partiti e le associazioni di opposizione, fu soppressa la libertà di stampa, fu istituita la pena di morte e venne creato il Tribunale speciale per la difesa dello stato.
Il saggio di Franzinelli è un’opera di indubbio valore, molto ben documentata e altrettanto ben scritta, e conferma ancora una volta la grande valenza dello storico bresciano.
RENZO MONTAGNOLI - 1 mese fa
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Se fossi stato al vostro posto - Marco Malvaldi
Ho trovato questo libro davvero illuminante. La matematica, meglio ancora la statistica può davvero leggere la realtà e in taluni casi salvare delle vite: se, come qui, viene applicata alla giustizia, ma occorre farlo con consapevolezza altrimenti potremmo ottenere risultati aberranti. Consiglio vivamente la lettura.
Utente 8604 - 1 mese fa
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Racconti di Natale - Grazia Deledda
Oggi che il Natale ha perso il suo valore religioso per diventare una festa prona al consumismo i dieci racconti di questa raccolta sembrano anacronistici, perché raccontano di un mondo che non c’è più, di un’epoca in cui questa ricorrenza, pur avendo della festa l’aspetto della grande convivialità a tavola, manteneva quella fede innata che sapeva uniformarsi alla tradizione senza perdere la sua natura. Nelle prose di questo libro viene di continuo evocata un’atmosfera natalizia fatta di attesa nel segno della tradizione e in seno alla famiglia, un contesto che assume particolare rilievo in una Sardegna, come al solito magistralmente descritta, le cui caratteristiche tuttavia di terra selvaggia sono sfumate da un’atmosfera da favola.
Ogni volta che leggo un lavoro della Deledda non posso che apprezzare l’umanità di cui è permeato, perché la trama può essere anche di violenza, ma non viene mai meno la compassione. In un contesto di una vita non di certo ricca, ma quasi sempre povera, se non addirittura misera, è un vero piacere vedere come la narratrice sfuma i fatti, anche gli eventi più tragici, e senza condannare capisce e fa capire.
Come in tutte le raccolte anche in questa si trovano racconti più o meno riusciti, in dipendenza anche del gusto personale. Io per esempio ho riscontrato che Il dono di Natale riesce a rendere il lettore partecipe a questa magica festa, nella vicenda di Felle, di questo undicenne che pur nella gioia di partecipare all’evento ha un pensiero costante per la famiglia povera dei vicini, con un finale altamente struggente. E che dire di Il vecchio Moisè, un racconto in cui tradizione e fantasia si mescolano perfettamente, ma il più bello, forse, è Il Natale del consigliere, con una tenerissima storia d’amore.
Come è possibile comprendere ho gradito molto questi racconti la cui lettura è senz’altro consigliata ai puri di cuore e a chi ama le storie che narrano di tradizioni e di rapporti familiari, prose che si avvalgono sempre dello stile pulito e conciso di una narratrice che in Italia per troppo tempo è stata sottovalutata e che merita invece la massima considerazione, come comprovato dal premio Nobel per la letteratura conferitole nel 1926.
RENZO MONTAGNOLI - 1 mese fa
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