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1915
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Breccia, Gastone <1962->

1915

Corriere della Sera, 2019

Moderators: Valentina Tosi

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Questo libro di Gastone Breccia è tipicamente di storia militare, benché l’autore abbia ritenuto giustamente opportuno parlare anche di altro, per quanto attinente alla Grande Guerra e in particolare a ciò che ha portato il nostro paese a recedere dalla Triplice Alleanza con Germania e Austria per entrare a far parte, con Francia, Inghilterra e Russia, della Triplice Intesa. Breccia rileva in modo particolare la nostra inazione nei primi giorni di guerra, caratterizzati infatti da una prudenza fin troppo eccessiva, benché a fronte avessimo solo un velo di truppe nemiche, atteggiamento che ebbe notevoli e sanguinose ripercussioni nello svolgimento successivo del conflitto.
Effettivamente non si intese approfittare della momentanea debolezza della difesa austro-ungarica, commettendo un errore madornale, perché se si fosse osato un po’ di più assai probabilmente non avremmo avuto le carneficine delle dodici battaglie dell’Isonzo. Si potrà dire che questo ragionamento è frutto del senno di poi, però, come evidenzia l’autore, il nostro comportamento è stato frutto unicamente dell’eccessiva e non giustificabile prudenza di Cadorna. Fra l’altro già in quelle prime battute Breccia pone in risalto l’anelasticità del comandante in capo, legato strettamente alla sua strategia che impone ai subordinati anche quando fatti e circostanze dovrebbero consigliare un ripensamento e un modus operandi diverso. Non è che Cadorna fosse un incapace, le cui qualità stranamente emersero come conseguenza di suoi errori che portarono alla ritirata di Caporetto. Fu appunto l’aver saputo organizzare il ripiegamento senza che si trasformasse in una rotta, tranne che nelle prime battute, l’autentico merito del Comandante in capo, che così portò oltre il Piave e quindi in salvo e pronte di nuovo a combattere una parte consistente delle nostre truppe.
Quello che mi piaciuto è che Breccia non ha voluto appiattirsi sulle occasioni mancate, pur giustamente ponendole in luce, ma ha anche voluto raccontare di due successi in quei primi mesi, frutto soprattutto di una improvvisata autonomia decisionale dei subordinati.
Indubbiamente il merito dell’autore, nel parlare della nostra guerra relativamente al 1915 è anche stato quello di porre in evidenza un cronico problema italico, che si sarebbe riscontrato anche nel successivo conflitto mondiale, e cioè la nostra impreparazione, sia come armamenti, sia come non aver fatto tesoro di quanto accaduto sui campi di battaglia dal 1914; ciò rende ancora più grave l’incapacità del comandante supremo di comprendere che non c’erano più battaglie napoleoniche, ma che i mezzi di distruzione, quali i cannoni e le mitragliatrici, davano un’impronta diversa ai combattimenti, senza dimenticare che la guerra di movimento si era trasformata ben presto in una di posizione, dove tutto si svolgeva con gli uomini rintanati nelle trincee, mandati all’assalto per conquistare altre trincee, il più delle volte prendendo possesso solo di pochi metri con perdite spaventose.
Da leggere senz’altro.

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