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Milano : A. Mondadori, 1970 (stampa 1994)
Abstract: «Giorni lieti s'avvicinavano per la famiglia Portolu, di Nuoro. Agli ultimi di aprile doveva ritornare il figlio Elias, che scontava una condanna in un penitenziario del continente; poi doveva sposarsi Pietro, il maggiore dei tre giovani Portolu. Si preparava una specie di festa: la casa era intonacata di fresco, il vino ed il pane pronti; pareva che Elias dovesse ritornare dagli studi, ed era con un certo orgoglio che i parenti, finita la sua disgrazia, lo aspettavano. Finalmente arrivò il giorno tanto atteso, specialmente da Zia Annedda, la madre, una donnina placida, bianca, un po' sorda, che amava Elias sopra tutti i suoi figliuoli.»
Moderators: Valentina Tosi
3 febbraio 2026 alle 20:56
Nella produzione letteraria di Grazia Deledda c’è una svolta con la quale passa dal verismo a una narrazione che accentua l’analisi introspettiva. Questo cambiamento, derivante probabilmente dall’esperienza maturata, ma anche da un diverso ambiente in cui viveva (si trovava a Roma fin dal 1900) si manifesta nel 1903 con la pubblicazione di Elias Portolu, un romanzo in cui si parla di un giovane pastore, appunto Elias Portolu, appena uscito dal carcere. Egli desidera ardentemente riscattarsi con una vita onesta e lineare, ma incappa in quello che si può definire un amore proibito, innamorandosi di Maddalena, sposa promessa a suo fratello Pietro.
Ci sono tutti gli elementi per una tipica tragedia, perché il giovane cerca in ogni modo di non dare sfogo ai suoi sentimenti, provocando però così una forte lacerazione interiore; a ciò si aggiunga che Maddalena è tutt’altro che insensibile al sentimento di Elias. Si viene così a creare una situazione insostenibile a cui il giovane si illude di porre rimedio ricorrendo alla sua devozione per farsi prete. Non è la soluzione del problema, perché i sentimenti soffocati prima o poi riescono a riemergere tanto più che la sua vocazione per necessità finisce per diventare fragile. A ciò si aggiunga che Maddalena è incinta e tutti credono che il nascituro sia frutto della relazione con Pietro, e invece è il risultato della passione per Elias. Nella traccia imperscrutabile del destino tutto sembrerebbe aggiustarsi con la morte di Pietro, ma non sarà così e qui mi fermo perché è ben lungi dalle mie intenzioni fare un riassunto dell’opera, di cui riporto parzialmente e in modo stringato la trama solo per dare un’idea di che si tratta.
A parte la descrizione dell’ambiente, più particolareggiata e anche forse più riuscita perché evidentemente la lontananza dal proprio luogo natio ha comportato per Grazia Deledda un ricordo più aderente alla realtà, frutto dell’inconscio desiderio di essere là e non a Roma, vi sono altri elementi che emergono e che è necessario evidenziare:
- tutto sembra già scritto nel destino di ogni essere umano, frutto evidentemente di un fatalismo non di maniera;
- la capacità di andare a fondo nell’animo dei protagonisti, con un linguaggio nuovo che definirei moderno;
- il senso di colpa di Elias che diventa il presupposto per una sua redenzione;
- una rappresentazione della sua isola che passa da sfondo a parte della narrazione, una Sardegna con i suoi miti, le sue tradizioni, la sua mentalità.
Quel che più conta, però, è che il dramma, alla base di ogni romanzo della Deledda, non ha caratteristiche proprie di una vicenda occasionale, con dei personaggi tipici e propri di una determinata classe sociale, ma riporta le reazioni di qualsiasi uomo, di ogni luogo, di ogni paese in una tragedia universale, dove i sentimenti scontano l’inevitabile fragilità umana.
Per quanto ovvio, la lettura è consigliata.
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