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Gli ultimi messaggi del Forum

La banalità del male - Hannah Arendt

Adolf Eichmann, Obersturmbannfuhrer delle SS, l’organizzatore dei convogli ferroviari con cui gli ebrei erano trasportati nei campi di detenzione e di sterminio, non era in sé l’incarnazione del male, ma era un uomo normalissimo, magari mediocre e di poca sostanza, ma dedito al suo lavoro, del tutto incapace di porsi delle domande sulla legittimità morale dei propri atti, un ragioniere dello sterminio, senza coscienza, insomma non colui che ama compiere atti efferati, ma la rappresentazione della banalità del male. Catturato da un commando israeliano l’11 maggio 1960 in Argentina, dove viveva sotto falso nome, Eichmann fu trasferito, non senza difficoltà, in Israele per essere sottoposto a processo. Date le circostanze e nonostante che fosse passato più di un decennio dal processo di Norimberga il procedimento giudiziario ebbe enorme risonanza, con la partecipazione di giornalisti di quasi tutto il mondo e fra questi Hannah Arendt, ebrea tedesca sfuggita alle persecuzioni emigrando per tempo. Presente a tutte le udienze scrisse per il suo giornale (New Yorker) molti articoli, approfondendo le problematiche giuridiche, politiche e soprattutto morali che non erano solo attinenti il giudizio in corso, ma che erano alla base della figura dell’imputato e in generale di tutta la struttura nazista.
Ne emerge un quadro allucinante, perché i nazisti non sono considerati l’incarnazione dei peggiori istinti dell’uomo, ma degli individui qualunque, mediocri, in fondo anonimi, poco consapevoli o addirittura inconsapevoli dell’aspetto morale degli atti compiuti, ma inseriti in modo perfetto in un meccanismo del tutto infernale. In pratica chiunque, o comunque una persona del tutto normale, può diventare un aguzzino spietato se diventa parte di un apparato politico o anche poliziesco che lo stimola ad agire senza pensare. Ecco, il nazismo aveva reso i suoi cittadini del tutto incapaci di pensare, di porsi delle domande sulla moralità di ciò che essi facevano.
Il libro non piacque agli ebrei, volti a una demonizzazione di Hitler e del nazismo, anche perché la banalità del male non è stata una prerogativa solo della Germania nazista, ma potrebbe ripresentarsi in altri paesi, anche con ideologie diverse.
Il saggio, che è filosofico, ben rappresenta il concetto introdotto dalla Arendt, ma credo che più delle mie parole si pensi a una cosa semplicissima, e cioè che sarebbe stato lecito supporre che sparito il nazismo non dovesse più esistere il male istituzionalizzato, ma purtroppo non è stato così, e vi sono chiari esempi di non pochi totalitarismi in cui questa banalità si ripresenta, e, solo per citarne alcuni, il periodo dei khmer rossi in Cambogia, oppure la rivoluzione culturale cinese, ma purtroppo ce ne sono altri e altri ancora ne verranno.
Si rimane, più che sconcertati, scossi nel venire a sapere che “quel male”, quello con la Croce uncinata, che speravamo fosse l’ultimo e l’unico possa avere dei seguiti, cioè che possa ripetersi questa banalità del male, perché avevamo sempre considerati delle eccezioni anche i casi successivi, ma quando questi non sono più rari vuol dire che il male che è in noi potrebbe emergere prepotente e, istituzionalizzato, diventare lo scopo della nostra vita.
Da leggere, indubbiamente.

Piero della Francesca - Edgarda Ferri

Piero di Benedetto de’ Franceschi, più noto come Piero della Francesca nacque a Borgo San Sepolcro (Ar) nel 1412 e ivi morì il 12 ottobre 1492. Matematico, ma soprattutto grande pittore seppe dare alla sua arte una magica fusione fra la prospettiva geometrica di Brunelleschi, la capacità di articolare l’opera nello spazio tipica di Masaccio, la luce rivelatrice propria del Beato Angelico e del Veneziano, e la descrizione attenta, quasi millimetrica, caratteristica degli autori fiamminghi. Si tratta quindi di un grande artista, che ha lasciato una traccia indelebile in opere di assoluto rilievo quali il polittico della Misericordia, commissionatogli dalla confraternita per l’altare della loro chiesa a San Sepolcro, oppure un altro polittico per la chiesa agostiniana di San Sepolcro, tanto per citarne solo alcuni.
Edgarda Ferri, grande autrice di biografie di svariati personaggi, ha scritto per Piero della Francesca un libro in cui, oltre a risaltare con appassionata competenza le qualità artistiche, provvede a parlarci anche della sua vita di uomo che potremmo definire irrequieto e dal carattere non certo facile, per certi aspetti non strano in un genio quale fu appunto il pittore aretino. E’ di sicuro interesse conoscere le vicende di questo grande artista, tanto più che sono sapientemente accompagnate dagli eventi dell’epoca, di quel quindicesimo secolo che vide il trionfo del Rinascimento con una Firenze faro europeo delle arti e della cultura in cui dominava la figura carismatica di Cosimo de’ Medici. Questa è una caratteristica della saggista mantovana, cioè la capacità di inserire una biografia in un contesto storico così ben descritto con stile agile, ma non povero, con la precisione propria dello studioso, così che di pari in passo con la descrizione della vita del personaggio oggetto del libro si ha una visione assai gradevole di un’epoca, si riesce a comprendere il motivo di decisioni politiche, di ispirazioni religiose o artistiche.
In poche parole, nel riuscire a comprendere la grandezza di questo pittore, abbiamo anche la conoscenza di un periodo storico, come se anziché di un libro solo ce ne fossero due, ragion per cui leggere questo Piero della Francesca è senz’altro più che consigliato.

Rien ne va plus - Antonio Manzini

Il croupier, per regolare i tempi delle puntate nel gioco della roulette, scandisce la famosa frase faites vos jeux. Les jeux sont faits. Rien ne va plus, cioè fate i vostri giochi. I giochi sono fatti. Niente va più.  E il titolo usato da Antonio Manzini per questo nuovo romanzo con protagonista il vice questore Rocco Schiavone è veramente azzeccato, perché da un lato richiama l’ambientazione, che è quella del Casinò di Saint-Vincent, e dall’altro fa emergere i nodi che arrivano al pettine per l’omicidio commesso dallo stesso poliziotto del fratello di Ettore Baiocchi, che in carcere medita la sua vendetta e ha chiesto di parlare con il giudice Baldi. La trama nuova - non è forse nemmeno il caso di dirlo - è quella principale ed è relativa alle indagini avviate a seguito della scomparsa del furgone trasporta valori con dentro gli incassi del Casinò pari alla bella somma di tre milioni di Euro. Scomparso il mezzo, scomparsi pure i due addetti, di cui poi uno trovato in alta montagna, in mezzo alla neve, in stato di semi incoscienza perché gli hanno iniettato una droga e l’altro più sfortunato, steso sulla riva di un torrente, con un foro di proiettile in mezzo alla fronte. Come se non bastasse, a complicare le cose, c’è la vita disordinata di Rocco, che di certo non è un esempio da imitare, ma che ha dalla sua il particolare pregio di risolvere tutti i casi che gli vengono affidati. Ritroviamo anche la sua squadra, tutti personaggi di contorno così caratteristici e ben descritti al punto di far sorgere un’immediata empatia con il lettore. E l’atmosfera è la solita, non quella che ci si aspetterebbe da una località alpina come Aosta, ma più simile a quella di una metropoli come Milano, con pioggia monotona e diffusa che si alterna a neve umida e sporca, o addirittura con giornate caliginose. Non c’è da meravigliarsi quindi se lo stato d’animo di Schiavone non è dei più allegri, tanto più che gli si continua a ripresentare la moglie morta, a cui confida i suoi patimenti, le sue preoccupazione, le parla come se fosse davanti a lui, come se lei potesse ascoltarlo e consigliarlo. Manzini ha creato un personaggio indubbiamente complesso, ma è questa sua caratteristica che, distinguendolo da tutti gli altri investigatori, lo rende simpatico al pubblico dei lettori. Qualche volta, data la contemporaneità di due trame, si tende a perdere il filo del discorso, ma non c’è da preoccuparsi, perché è sufficiente chiudere gli occhi per un paio di minuti per potersi raccapezzare. Non mancano poi il ritmo e la suspense, ed ecco allora spiegato il successo di questi romanzi, peraltro in parte con una trasposizione cinematografica che non ho mai avuto occasione di vedere, ma che amici del cui giudizio mi fido assicurano essere film molto belli, addirittura migliori dei romanzi da cui sono tratti.
La lettura è senz’altro consigliata.

Sabbia nera - Cristina Cassar Scalia

Può sembrar facile scrivere un romanzo giallo, che si basa soprattutto su una trama secolare, vale a dire un delitto, la ricerca del colpevole da parte dell’autorità giudiziaria e infine la chiusura delle indagini con la scoperta del reo, ma non è così, proprio perché una trama obbligata richiede, per attirare il lettore, un’originalità, dei personaggi ben disegnati e uno stile particolarmente scorrevole. Per Cristina Cassar Scalia, di professione oftalmologo, cioè oculista, l’impegno profuso per scrivere Sabbia nera deve essere stato notevole, poiché è riuscita a dare al suo lavoro una struttura equilibrata, una vicenda di una originalità particolare (il casuale rinvenimento di una mummia di una donna ammazzata mezzo secolo prima), un vicequestore (Giovanna Guarrasi, detta Vanina, a cui dona vita con caratteristiche sue peculiari, non solo fisiche, in corso d’opera), i collaboratori dello stesso, validi e che suscitano immediata simpatia, fra i quali particolarmente riuscita è la figura di Biagio Patanè (un anziano ex commissario occasionalmente coinvolto), una soluzione del caso che avviene dopo un susseguirsi di colpi di scena caratterizzati da una loro logicità, l’ambientazione a Catania e in una villa sotto l’Etna in eruzione e che ricopre tutto di cenere nera, donde il titolo azzeccato.
Sinceramente, prima di leggere ero scettico sulla possibilità che il romanzo potesse interessarmi in modo particolare, ma mi sono dovuto ricredere già dalle prime pagine, tanto che è cresciuta in me l’ansia di non staccare gli occhi dal volume fino a quando le indagini non si fossero concluse, uno stato d’animo che non sperimentavo da diverso tempo. A ciò ha contribuito in modo determinante lo stile, con una fluidità della scrittura e un ritmo mai eccessivo, ma costante, che non poco ha contribuito affinché fossi avvinto da questa trama che vede un duplice delitto commesso addirittura mezzo secolo fa, il che rende particolarmente difficili le indagini, anche perché eventuali testimoni in buona parte hanno finito con il passare a miglior vita. Proprio per questa discrepanza temporale l’autore avrebbe potuto cadere in una narrazione caratterizzata da una discontinuità dovuta a non improbabili flashback, che invece ha giustamente preferito evitare restando nel tempo presente, ma riuscendo a dare un’idea convincente di quello accaduto una cinquantina di anni prima.
Ne è uscito un romanzo capace di attrarre considerevolmente e di far trascorrere con piacere alcune ore di una amena lettura, il che non è proprio poco.

La morte del tempo - Umberto Curi

Il libro si apre parlando di Goya (pittore dell'opera di copertina) e in particolar modo delle Pinturas, giungendo a porsi delle domande la cui possibile risposta è nel capitolo finale. Nella parte centrale si fa spesso riferimento alla mitologia greca e alla sua trasformazione iconografica nel tempo.
Tralasciando l'uso di alcuni termini latini, è una lettura molto veloce e scorrevole

La Fortuna - Valeria Parrella

Chi ha scritto la presentazione del libro ha preso un abbaglio, e sicuramente non sa di cosa parla.
Non c'è nessun bassofondo di Napoli.
Il libro parla dell'eruzione di Pompei all'epoca dell'impero romano e il protagonista è un ragazzo dell'aristocrazia del tempo che naviga verso Pompei insieme a Plinio in soccorso delle popolazioni.
Un libro bellissimo, ricco di descrizioni della società del tempo, ma anche di riflessioni ancora attuali.
In questo lavoro poi la scrittura di Valeria Parrella è molto armoniosa, a tratti poetica.
Per favore rimediate allo svarione.

Il dottor Bergelon - Georges Simenon

Con Il dottor Bergelon si parte da un caso di malasanità, provocato dall’assoluta indifferenza di chi dovrebbe salvaguardare una vita e invece non fa il suo dovere. Che poi il dottor Malin e il dottor Bergelon nella circostanza siano ubriachi non è di certo un’attenuante, bensì un’aggravante, perché la deontologia professionale imporrebbe a due medici la sobrietà e la disponibilità, requisiti che nel caso del parto travagliato di una giovane donna sono stati talmente assenti, che non solo in nascituro è morto subito, ma che ha comportato anche il decesso della puerpera. Si dà però il caso che il vedovo non sia d’accordo sulla giustificazione di comodo circa l’impossibilità di salvare il bimbo e la madre e che dia inizio a una sottile vendetta, prendendo soprattutto di mira chi ha meno colpe (il dottor Bergelon), ma che appare per le sue caratteristiche l’ideale capro espiatorio. Inizia così per il medico in questione, che già vive un’esistenza grigia, un periodo di grande difficoltà, fra lettere minatorie e incontri per la strada non proprio amichevoli. Che fare? La decisione è quella di sparire, di cambiare vita, magari senza riuscirci, ma almeno per non essere passivo ed esperire così questo estremo tentativo. La sua sembrerebbe una fuga senza speranza, ma quasi all’improvviso il vedovo smette di perseguitarlo, dicendogli in un incontro ravvicinato che ha trovato nuove motivazioni per vivere ed è così che Bergelon rinuncia alla possibilità di mettersi alla prova ricominciando da zero, perché torna a casa, dalla moglie e dai figli, e al suo grigiore quotidiano, in una vicenda in cui domina, per colpa del protagonista, uno squallore disarmante.
Che Simenon sia capace di aprire l’animo umano, di fare un’analisi psicologica approfondita è una qualità che non gli fa difetto ed è notoria; questa volta, però, ha a che fare con un personaggio che è un incompiuto: si è innamorato di sua moglie senza particolare trasporto, come se fosse una routine giornaliera, fa il medico di quartiere come un impiegato che timbra il cartellino, ha un’attrazione per una prostituta che guarda caso è l’amante di Cosson (il vedovo), ha una relazione occasionale in villeggiatura al mare con una donna con un figlio, rifiuta a un amico un’offerta di lavoro che gli consentirebbe di togliersi di dosso quell’abito di mediocrità che da sempre l’accompagna. Insomma, il dottor Bergelon si lascia trascinare dalla vita, non ha rimorsi e nemmeno gioie, vegeta, si potrebbe dire, ed è lì l’origine dello squallore.
Descrivere la psicologia di un individuo così è difficile e non è facile nemmeno per un narratore come Simenon, tanto che riesce solo in parte nello scopo, un risultato tuttavia che influisce relativamente sulla gradevolezza della lettura. Non sarà il miglior romanzo di Simenon, o uno dei suoi migliori, ma resta il fatto che chi legge non può che apprezzare, provando anche un senso di repulsione per quell’uomo senza qualità che è il dottor Bergelon.

Le grandi opere del pensiero politico - Jean-Jacques Chevallier

Consiglio caldamente la lettura di questo libro a chi vuole approcciarsi alla filosofia politica.
Riporta i pensieri dei grandi filosofi politici, parlando anche della loro vita, delle esperienze che hanno influenzato il loro pensiero.
È una lettura scorrevole e molto piacevole, che raccoglie diversi personaggi storici come Hobbes, Montesquieu, Marx, Lenin...

Il sogno del principe - Edgarda Ferri

E’ il mese di febbraio del 1591 e fuori dal palazzo nevica, copiosamente. Vespasiano Gonzaga, morente, fa un un ultimo sforzo e viene vestito di tutto punto per dettare al notaio le sue ultime volontà, poi, affranto, si corica, assistito amorevolmente dalla terza moglie Margherita Gonzaga e a cui si rivolge con un’ulteriore lascito, cioè il racconto della sua vita. E’ così che inizia a parlare, a dire tutto, dalla sua nascita a Fondi il 6 dicembre 1531, primogenito di Isabella Colonna e di Luigi Gonzaga “Rodomonte” fino al suo ultimo soffio di vita, in un’esistenza tutta dedita a servire il suo Signore Filippo II di Spagna; del grande monarca fu l’assai fidato consigliere e uomo d’armi, ripagato da onori e gloria, ma soprattutto con il titolo di Grande di Spagna e con l’onorificenza del Cavalierato dell’Ordine del Toson d’Oro. Fu un continuo accorrere alle chiamate del suo re, quasi sempre lontano da casa, impegnato a costruire fortezze, di cui era un esperto, o a combattere, oppure ancora ad amministrare grandi territori in qualità di vice re. Il tempo per la famiglia fu necessariamente poco, eppure riusci a contrarre tre matrimoni, di cui il primo con Diana Folch de Cardona, che morì nel novembre 1569 in circostanze poco chiare (con ogni probabilità assassinata da Vespasiano, a cui erano giunte missive anonime relative a un suo presunto tradimento coniugale, rivelando un’indole violenta che si sarebbe ancor più manifestata nel 1580 allorché uccise per futili motivi con un calcio all’inguine l’unico figlio maschio, il quattordicenne Luigi); anche la seconda moglie, Anna Trastamara d’Aragona, imparentata con il re di Spagna e di salute assai cagionevole, venne a mancare nel 1567; miglior fortuna ebbe la terza consorte Margherita Gonzaga, che appunto assistette Vespasiano durante il trapasso, ma che non riuscì a dargli un figlio (circolarono voci che lei fosse sterile, ma la verità era che Vespasiano aveva contratto il mal francese, cioè la sifilide, con tutti i problemi e conseguenze che comporta) . Fra gli onori e la gloria vi fu anche la nomina, da parte dell’imperatore Massimiliano II d’Asburgo, di Principe del Sacro Romano Impero, titolo che spettava ai feudatari che dipendevano direttamente dall’imperatore, il quale già l’aveva gratificato nel 1565 del titolo di Marchese. Completò la sua carriera nobiliare, a chiaro simbolo del suo prestigio, l’elevazione a ducato del marchesato di Sabbioneta. Fino a qui è la brillante carriera di un uomo del rinascimento, come non ve ne furono molti, ma l’importanza di Vespasiano è nell’aver concretizzato un sogno che possiamo toccare con mano, che è meta di tanti visitatori: la realizzazione, partendo da un piccolo borgo, di una città rinascimentale chiamata anche la Piccola Atene. Ai confini occidentali estremi del mantovano, non lontana dal Po, circondata dalla sua stupenda cinta muraria sorge Sabbioneta, quell’ideale in cui Vespasiano credette fino in fondo e che lo sostenne nelle sue lunghe assenze nel corso delle quali trovava il tempo per progettare la sistemazione architettonica. E mentre lui combatteva in Spagna contro i moriscos, pietra dopo pietra la meraviglia nasceva, quella che nella sua mente avrebbe dovuto rappresentare, come in effetti rappresenta, una città ideale, da stupire il mondo, in cui altri, ma soprattutto lui vivere realmente un sogno. Qualcuno potrà pensare a un buen retiro, e non sbaglierebbe, per quanto la definizione sia un po’ riduttiva, perché probabilmente in Vespasiano allignava la gioia della creazione, il piacere di dire:”questo è sì mio, ma l’ho realizzato io”.
Edgarda Ferri è molto brava, scrive delle biografie in cui si ha la sensazione di essere accanto al personaggio della narrazione, ma forse con “Il sogno del Principe” si è superata. Si avverte infatti palpabile l’ammirazione per quest’uomo, per ciò che ha realizzato, per quei tesori di cultura che ha lasciato e che tutti possono vedere, perché se Mantova vuol dire Gonzaga e quindi il castello di San Giorgio, il Palazzo Ducale, il Palazzo Te, Sabbioneta è uno scrigno prezioso che emerge dalle nebbie della pianura e splende di luce propria.
Da leggere senza dubbio.

Uomini ragno - Giorgio Scerbanenco

E’ indubbia l’importanza che ha avuto Giorgio Scerbanenco per la letteratura italiana di genere giallo, di cui si può dire sia stato il capostipite, lui che, per ironia della sorte, non era italiano di nascita, bensì di Kiev, che all’epoca non era ancora parte di quello che solo molto dopo diventerà lo stato ucraino, ma della Russia zarista. Pochi sanno, però, che fu anche autore di storie di spionaggio, come nel caso di questi quattro racconti, di cui il primo, Uomini ragno, dà il titolo all’intera raccolta. Si tratta di prose non lunghe, ma certamente nemmeno brevi, pubblicate per la prima volta nel 1946 e che parlano di fatti accaduti fra il 1936 e il 1944, anni cruciali per lo Stato italiano, soprattutto per quella guerra che porterà dopo l’8 settembre 1943 a una contrapposizione armata fra gli invasori nazisti, coadiuvati dai fascisti della Repubblica di Salò, e quegli italiani che intesero riscattare gli anni bui del ventennio mussoliniano e che diedero vita alla lotta armata dei partigiani. Tali racconti si lasciano per lo più leggere, sono abbastanza improntati alla tensione tipica del genere, ma non sono a livello delle ben più riuscite narrazioni gialle dell’autore. Alcuni sono un po’ troppo semplicistici, come Uomini ragno (una vicenda di controspionaggio prima della seconda guerra mondiale) e Delitto e castigo sul mare (una fuga dall’occupazione tedesca); altri sono molto più ispirati, come Inseguimento (un passaggio di linee) e Vittoria e pace (ambientato in Svizzera), forse perché negli stessi predomina il thriller.
Nel complesso credo si possa dire che il libro non è al livello di eccellenza di molte opere di Scerbanenco, ma che comunque è piacevole da leggere, e per questo è possibile consigliarlo.

Eneide - Virgilio

Dopo Bucoliche, prima opera di natura prettamente intimistica, e la successiva Georgiche, di carattere didascalico, Eneide è l’ultimo e più importante lavoro di quello che, senza enfasi, può essere definito il più grande poeta latino. Fu commissionata dall’imperatore Augusto che desiderava che le origini del suo grande dominio non trovassero riscontro in un popolo di rozzi bifolchi insediato secoli prima sul Tevere, ma che alla base ci fosse qualcosa di più importante, di mitico; è per questo scopo che nacque l’Eneide, un’opera che potrebbe sembrare la naturale continuazione, dal punto di vista dei perdenti, della famosa Iliade, e che fu scritta in un arco di tempo che va dal 31 a.C. al 19 a.C.. Con una notevole dose di fantasia Virgilio narra della fuga da Troia in fiamme di Enea, il figlio di Anchise, del suo peregrinare per mare in cerca di un nuovo lido in cui approdare fino a giungere alle coste del Lazio, diventando così di fatto il primo antenato del popolo romano.
Il poema, piuttosto corposo, si compone di dodici libri, dal primo in cui Enea assiste alla rovina di Troia e salpa con la sua flotta verso terre ignote, all’ultimo, in cui Turno, re dei Rutili, viene sconfitto in duello dall’eroe troiano, rendendo così possibile agli esuli di stabilirsi definitivamente nel Lazio. Per quanto ovvio, il capostipite di un popolo che diventerà padrone del mondo, e cioè Enea, progenitore putativo di Augusto, racchiude in sé le più alte doti, e cioè l’onestà, il coraggio, la giustizia, la lealtà, la pietas (intesa come devozione nei confronti delle divinità e rispetto degli altri uomini), la pazienza e un elevato senso civico, dai quali deriva l’esaltazione dei valori del cittadino romano, che le ripetute guerre fratricide avevano oscurato e che il primo imperatore si era imposto di far nuovamente trionfare.
L’Eneide, scritta in esametri dattilici, una metrica complessa, ma capace di rendere più gradevole l’opera all’ascolto, è stilisticamente perfetta ed esalta, oltre alle origini di Roma, l’abilità del suo autore, che fa ricorso a diverse figure retoriche, quali l’allitterazione, capace di aggiungere armonia ad armonia, e la difficile assonanza, rivelando, sempre che ce ne fosse bisogno, data la genialità di Virgilio, capacità tecniche ancor oggi ritenute eccezionali.
Tuttavia il fato volle che l’opera non potesse essere completata, perché l’autore, di ritorno da un viaggio in Grecia, giunto al porto di Brindisi, morì probabilmente per un colpo di sole. La leggenda vuole che, sentendo l’approssimarsi della fine, abbia raccomandato ai suoi compagni di studi Plozio Tucca e Vario Rufo di distruggere il manoscritto, ma i due avrebbero disobbedito, consegnando l’opera all’imperatore. Del resto, per quanto leggendo l’Eneide ci si accorga che si tratta di un lavoro non ultimato, la sua bellezza stilistica, la creatività profusa, la profondità di quanto esposto, tenendo presente la finalità, resta sempre un unicum di elevatissimo valore, alla pari con l’Iliade e l’Odissea. E di ciò se ne accorse Augusto, che già aveva avuto occasione di leggerne gran parte in anteprima, con Virgilio ancora vivente; l’imperatore ne fu talmente soddisfatto da farla diventare, ufficialmente, il poema nazionale. Era passato molto tempo da quando il poco ciarliero poeta mantovano si era rivelato con Bucoliche, riconfermandosi con Georgiche, ma nemmeno lui avrebbe potuto immaginare che quell’Eneide, a cui aveva dedicato il lavoro di gran parte della sua vita, l’avrebbe consacrato come il più grande fra i grandi, al pari del greco Omero, e che, come le opere di quest’ultimo, anche la sua ultima fatica sarebbe diventata materia di studio nei programmi scolastici.
Da leggere per chi non la conoscesse, da rileggere per chi l’ha studiata a scuola, perché l’Eneide è un’esperienza nuova ogni volta, sia la prima che le successive.

Uno scrittore in guerra - Vasilij Grossman

Quando ho letto Vita e destino, un’opera impegnata e impegnativa sul tema del bene e del male, ho avuto come una folgorazione, ho avvertito chiaramente che questo narratore ebreo e di origine ucraina aveva superato quell’invisibile confine, quasi sempre invalicabile, fra verità oggettiva e verità soggettiva, quella realtà così difficile da trovare e, soprattutto, da raccontare. Del resto l’autore si è sempre attenuto scrupolosamente a questo principio: «Chi scrive ha il dovere di raccontare una verità tremenda, e chi legge ha il dovere civile di conoscerla, questa verità.» Ed è così che sono nati i suoi capolavori, che piano piano, ora che è scomparso da tempo, si vanno scoprendo e vengono portati all’attenzione del mondo dei lettori. E’ anche questo il caso di Uno scrittore in guerra (1941 – 1945) con cui vengono narrate, peraltro in presa diretta, i fatti della seconda guerra mondiale sul fronte orientale. Grossman era inviato speciale di Krasnaja zvezda (Stella Rossa), il giornale dell’esercito sovietico, di cui scrisse dalle prime disastrose fasi che videro la rapida avanzata delle truppe tedesche fino alla fine del conflitto che lo portò a essere presente in una Berlino distrutta, una visione apocalittica, la fine ingloriosa della follia nazista.
Dove c’era un fronte di battaglia Grossman c’era; che si trattasse della sua Ucraina, di Mosca quasi assediata o di Stalingrado quest’uomo, fuori dai canoni in tutto (si pensi che non era iscritto al partito comunista), osservava, intervistava grandi generali e umili soldati, raccoglieva gli sfoghi e le paure, attraverso la sua penna i soldati sovietici ritrovavano l’umanità soffocata dalla violenza e anche laddove splendeva l’eroismo - e per altri trionfava la retorica - lui si limitava a raccontare con un tono sobrio, senza esaltazioni, solo la guerra, le distruzioni, l’orrore, le speranze. In questo modo i suoi articoli erano seguiti da un numero via via crescente di lettori che si identificavano con i personaggi in essi citati, che vedevano in Grossman uno di loro, non di certo l’esponente del partito che chiedeva agli altri sacrifici e che poi si prendeva tutti i meriti. La gente capiva che quell’uomo coraggioso che descriveva con grande efficacia ed empatia la quotidianità di chi combatteva sapeva parlare con il cuore, sapeva porgere la verità senza remore e ostacoli. Può apparire incredibile che in un regime come quello sovietico, soprattutto in epoca staliniana, si potesse essere pubblicamente sinceri, ma nei posti chiave c’era chi capiva che cosa volessero i lettori e che questo dovesse essere dato a loro, pur con qualche taglio di tanto in tanto, per mantenere saldo quel morale, quello spirito patriottico di cui tanto aveva bisogno un popolo in guerra. Fra l’altro, lo stile di Grossman è di grande effetto, capace come è di descrivere poeticamente la bellezza e la serenità della natura, oppure di far piombare chi legge nell’angoscia più profonda come quando parla del lager di Treblinka, un’autentica discesa all’inferno.
L’autore, per i suoi articoli, si serviva delle annotazioni su taccuini, gli stessi che, opportunamente raccordati e introdotti da una parte propedeutica che tende a collegare gli uni agli altri, sono stati utilizzati da Antony Beevor e Luba Vinogradova per scrivere questo libro, un’opera di valore non solo letterario, ma soprattutto di testimonianza storica di assoluta rilevanza, meritevole senz’altro di attenta lettura.

Pulvis et umbra - Antonio Manzini

Antonio Manzini è riuscito indubbiamente a creare un personaggio, perché il vicequestore Rocco Schiavone ha una sua ben precisa personalità, nel suo campo è un battitore libero, più propenso ad agire tralasciando le vie gerarchiche e anche le modalità comuni a tutti i suoi colleghi, magari con un senso della legge tutto personale, che lo porta anche a commettere qualche reato, ma però con una grande capacità di risolvere i casi, un pregio che impedisce di fatto che vengano svolte indagini interne su di lui. Questa sua autonomia, il modus operandi che gli è proprio, una tristezza di fondo data dalla prematura scomparsa della moglie lo portano a essere un uomo disperatamente solo, tradito anche da colleghi e non solo nell’attività professionale, ma anche negli affetti. Manzini, pur dotato di un’indubbia creatività, alterna romanzi, con protagonista Rocco Schiavone, di ottimo livello ad altri più modesti, ma per fortuna questo Puivis et umbra rientra fra i primi, con due indagini che vengono svolte in parallelo, ad Aosta ove si ricerca il colpevole dell’omicidio di un transessuale, e a Roma dove in un campo dei dintorni viene ritrovato il cadavere di un uomo sgozzato, ma con in tasca un biglietto si cui è riportato il numero del cellulare di Rocco Schiavone. La trama di entrambi i casi è molto bella, ma lo conclusioni sono di quelle che lasciano con l’amaro in bocca. Ci sono infatti indagini che non possono portare a una soluzione, perché entrano poteri dello Stato che prevaricano il normale corso della giustizia e ce ne sono altre che pur portando all’arresto del colpevole fanno emergere ipotesi, non campate in aria, di possibili tradimenti. E al povero Schiavone allora non rimane nulla, se non la compagnia della sua Lupa e il ricordo, che ogni tanto riaffiora, della moglie morta, con la quale instaura un dialogo muto che per alcuni istanti lo fa sentire meno solo. Pulvis et umbra, sì, siamo tutti polvere e ombra, si vive per arrivare alla morte e questo Rocco Schiavone riesce a diventare un personaggio che avvince non solo per le sue abilità investigative, ma anche per il senso della vita, che attraverso di lui, Antonio Manzini fa emergere. E’ così che le ombre sono i nostri fantasmi, contro i quali lottiamo, e quando crediamo di averli afferrati ci resta in mano solo un mucchietto di polvere.
Pulvis et umbra è un bel romanzo, che va oltre il genere poliziesco e che merita senz’altro di essere letto.