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Gli ultimi messaggi del Forum

Il cattivo tedesco e il bravo italiano - Filippo Focardi

Fin da ragazzo, allorchè si parlava soprattutto della seconda guerra mondiale, una frase ricorrente era “Italiani brava gente” in contrapposizione ad asserzioni del tipo “i tedeschi erano belve assetate di sangue”. Poichè sono italiano mi sentivo quasi orgoglioso, mi vedevo in guerra coraggioso sì, ma pure pietoso, disponibile ad aiutare le famiglie dei nemici. Era un mantra che finiva per portare alla convinzione che i nostri soldati fossero diversi, soprattutto dai tedeschi, che fossero degli autentici eroi, ma anche stimati se non addirittura amati dal nemico. Poi, leggendo testi di storia seri, e quindi non basandomi su quelli scolastici, quasi mai sinceri, ho scoperto purtroppo che anche noi non eravamo bravi, magari non avevamo messo in pratica un olocausto, non eravamo arrivati nelle città sovietiche per ammazzarvi prima di tutti gli ebrei e poi anche altri cittadini, tanto per dare un esempio e restare in esercizio. Invece, le occupazioni fasciste sono state sostanzialmente in linea con quelle naziste, nonostante anche di recente alcuni distinguo da parte di politici, uno su tutti Silvio Berlusconi, che vede il fascismo come un fenomeno politico-sociale nel complesso del tutto normale, fino all’alleanza con Hitler, il cui funesto influsso poi portò a degenerazioni senz’altro esecrabili. Non è così, ed è inutile che i neo fascisti neghino l’evidenza dei fatti, perché, per quanto a lungo celate come vergogne nazionali, le stragi compiute in Etiopia bastano da sole a dimostrare che Mussolini andava per le spicce, che emanava ordini volti ad effettuare degli eccidi, ordini per lo più eseguiti con la massima partecipazione. Insomma, troppo a lungo abbiamo assistito a un rifiuto collettivo della memoria della dittatura fascista e delle guerre dalla stessa intraprese. E così, siamo pervenuti a un’idea di autoassoluzione con quegli “italiani brava gente”. Come è stato possibile chiudere gli occhi di fronte alle evidenze e credere ciecamente a ciò che ci assolveva? Ecco a queste domande risponde l’interessante saggio storico di Filippo Focardi che non intende aggiungere altro a quelle che sono le ricerche iniziate una cinquantina di anni fa sugli eccidi compiuti dagli italiani, studi che portano la firma di illustri autori, quali Angelo Del Boca e Giorgio Rochat, ma, e questo viene precisato da subito, <questo libro intende ricostruire lo specifico percorso di costruzione di una narrazione italiana dell’esperienza della seconda guerra mondiale.> Detto in parole più semplici il lavoro di Focardi intende dissacrare l’intento revisionistico di non poche opere scritte nell’immediato dopo guerra dai nostri generali sconfitti e dai gerarchi scampati alla punizione che avrebbero meritato, opere che, stranamente – ma poi è abbastanza chiaro il motivo -, sono state recepite come oro colato nei testi scolastici, tutti miranti all’autoassoluzione.
Per quanto di non facile lettura, trattandosi di un testo rigorosamente storico e volto a capire i motivi, i modi e i fini di questo processo di autoassoluzione (basti pensare che l’alleanza di Mussolini con Hitler viene vista dai monarchici, dagli antifascisti, dagli agnostici come frutto di un patto privato, come se le responsabilità di entrambi potessero essere tenute separate nell’aspetto civile da quello pubblico), mi sembra che il risultato che si era prefisso l’autore sia stato raggiunto, chiarendo non poche cose.
E del resto per enfatizzare il bravo italiano è stato sufficiente esagerare la figura del cattivo tedesco; ora, premesso che è impossibile che tutti gli italiani fossero bravi e tutti i tedeschi fossero cattivi, non bisogna dimenticare che se nell’Unione Sovietica occupata i soldati nazisti spesso e volentieri commisero degli eccidi, anche senza piani preordinati, non devono essere tralasciati quelli compiuti dall’esercito italiano nei Balcani, crimini non dissimili da quelli commessi dal loro alleato. Che dire poi della nostra occupazione in Slovenia con deportazioni in massa nel famigerato campo di concentramento dell’isola di Rab, dove la mortalità era addirittura superiore a quella di Auschwitz? É evidente che il famoso motto evangelico “chi è senza peccato scagli la prima pietra” è alquanto pertinente. E invece si celebrano le vittime delle foibe (beninteso questi poveri italiani sopressi in modo così orrendo comportano un più che giustificato nostro sdegno), ma chissà per quale ragione non si parla degli eccidi da noi commessi in quelle zone, di cui furono vittime non solo uomini, ma anche donne e bambini.
Le conclusioni dell’opera sono purtroppo disarmanti, perché Focardi evidenzia come il popolo italiano sia completamente privo dell’etica della responsabilità, di una presa di coscienza su quanto è stato fatto di negativo in passato; questa carenza è assai grave, perché ci impedisce di comprendere gli errori, onde poi evitarli, ci rinchiude in un bozzolo dorato, ma falso, di una memoria autocelebrativa, in cui ci sentiamo vittime, anziché carnefici.
É inutile che aggiunga che Il cattivo tedesco e il bravo italiano è senz’altro da leggere.

Gente di trincea - Lucio Fabi

Più o meno tutti, sia per aver visto filmati d’epoca, sia per aver letto romanzi come Niente di nuovo sul fronte occidentale e Un anno sull’altipiano, abbiamo un’idea di cosa sia stata la Grande guerra, di quanto misere e terribili fossero le condizioni dei soldati in trincea, di come la morte fosse compagna fedele di chi combatteva, in ogni momento, sia per il concreto pericolo di essere uccisi dal proiettile di un cecchino o dall’esplosione di una bomba, sia per la visione continua dei numerosi corpi insepolti e in putrefazione. Abbiamo provato un senso di pietà, anche un certo ribrezzo nel leggere di certi fatti, ma mai e poi mai avremmo potuto sapere come era la vita, e anche la morte, sui campi di battaglia, sia per i militari che per i civili, se non ci fosse stato questo libro di Lucio Fabi; così possiamo sapere come vestivano i soldati, come erano addestrati, cosa mangiavano, come potevano soddisfare le più semplici esigenze corporali, come e dove riposavano, come avvenivano gli avvicendamenti e i turni di riposo, il trattamento ai civili dagli occupanti, i rapporti con i familiari a casa, insomma, e non voglio dilungarmi, tutto e anche di più di quello che si desidererebbe conoscere. Si tratta di un’opera che per completezza non ha eguali, quattrocentodieci pagine fitte fitte che riescono a dare concretamente l’immagine di chi, in divisa o in abiti borghesi, fu coinvolto in quel grande conflitto, e non si parla solo di italiani, ma anche di austriaci. Il fatto che riguardi gli opposti contendenti è tanto più importante perché veniamo a conoscenza di comportamenti simili, di una vita estremamente disagiata che ha accomunato i nostri e i nemici, uguali perfino nel trattamento riservato alle popolazioni occupate, sospettoso, inquisitore, non di rado, purtroppo, anche feroce. Questo dimostra che indipendentemente dalla nazionalità e dalla divisa il comportamento degli esseri umani, pur nell’eccezionalità di un conflitto, è sostanzialmente analogo. Entrambi combattono più per paura di essere uccisi che per convinzione, sono capaci di di gesti di umana pietà come di incredibili nefandezze, sono carnefici e vittime di una rigorosa e fredda disciplina senza la quale probabilmente getterebbero le armi alle ortiche. Non è un libro facile da leggere, anche perché a volte può sembrare un po’ tedioso per effetto delle minuziose descrizioni, ma arrivati alla fine si comprende senz’altro che cosa sia stata veramente la Grande guerra, una mattanza che ha accomunato nelle sofferenze e nell’orrore entrambi gli schieramenti. Fabi non giudica, racconta senza enfasi e senza mai cadere nella retorica, è uno storico serio che non fa altro che raccogliere i dati delle fonti e confezionare un testo che credo possa essere preso a esempio per completezza e serietà, una di quelle rare opere dove ciò che conta sono i fatti, nella loro crudezza, nella loro asettica descrizione, senza personali e rischiose interpretazioni.

Non parlarmi d'amore - Aidan Chambers

Io trovo che Chambers sia un maestro di scrittura, in special modo nei dialoghi che usa spesso in questo breve libricino che vuole raccontare l'amore. La protagonista è Clara e la storia si svolge quasi sempre nella camera da letto della casa di sua zia che poi lei erediterà. Ogni capitolo corrisponde ad un periodo della sua vita. Clara scopre l'amore con un suo coetaneo, per poi tradirlo con un suo professore. In età più matura vorrà un figlio e farà la sua scelta.
Non parlarmi d'amore è una lettura mai banale, come mai banali sono i libri di Chambers. Ci racconta l'amore anche nei lati più oscuri e subdoli e ci mette in guardia sulla forza dirompente che esercita questo sentimento.

Sette abbracci e tieni il resto - Stefano Tofani

Sette abbracci e tieni il resto è un bel titolo.
Anche la storia è gradevole, collocata in una località non precisata fra mare e campagna, ruota attorno ad un gruppo di adolescenti della locale scuola. Il protagonista è Ernesto, il classico ragazzino timido e imbranato, con gli occhiali spessi. Si innamora di una sua compagna di classe, ovviamente platonicamente, e all'improvviso lei sparisce. Ernesto si lancia alla ricerca e...…
Mi piace molto la letteratura per ragazzi anche se questo libro forse è troppo semplice, adatto a giovani di quinta elementare/ prima media. Tratta i temi del bullismo e dell'emarginazione di chi si ritiene diverso dalla massa, inoltre si parla di immigrati. Interessante poi è lo sviluppo nella storia del tema del successo attraverso l'apparire sui mezzi di comunicazione che sarà il filo conduttore di tutto il racconto.
Personalmente ho trovato il finale molto banale e assurdo, mi ha un po' deluso e a mio avviso ha fatto perdere consistenza al resto della storia che per 3/4 del libro scorreva avvincente.

Cioccolata da Hanselmann - Rosetta Loy

Letto il mese scorso per il circolo di lettura di Cerese. Non sono riuscito a finirlo, ragion per cui, è ovvio che non mi sia piaciuto. Ho trovato la scrittura molto lenta e noiosa. L'autrice Rosetta Loy si sofferma molto sulle descrizioni dei personaggi e degli ambienti dove è ambientata la storia, ma all'inizio non fornisce una traccia al lettore e la storia è molto frammentaria con continui salti temporali per cui non sono riuscito a trovare un senso di dove volesse portarci l'autore.
Il libro è ambientato durante la seconda guerra mondiale in Svizzera e racconta una storia di amore conteso fra due sorelle. L'uomo però è un rifugiato ebreo, un clandestino e la storia prenderà una piega tragica.
Interessante è l'ambientazione fra le montagne svizzere dove i cannoni degli eserciti si sentono in lontananza, con suoni ovattati, ma comunque influenzano la vita anche in quei luoghi.
Credo sia un libro che richieda una lettura dedicata e non frammentaria come lo è attualmente la mia, magari con più pazienza avrei apprezzato di più questo lavoro.

Chimica, cheppàlle! - Raffaella Crescenzi, Roberta Vincenzi

INUTILE!
gli autori cercano di far ridere tirando in ballo continuamente lo stronzio e composti fantastici tipo "pimpirulinio" e "frescolonio". Manca il concetto di valenza, distinzione metalli e non metalli, tavola degli elementi.....
Meglio che si tengano stretto il lavoro da chimici.

Castelli di rabbia

Storie di sognatori che mordono la vita in un piccolo paese immaginario chiamato Quinnipak, dove tutto è possibile. Un magnate del vetro che sogna l’avvento della ferrovia. Un architetto che sogna la più grande cattedrale di vetro mai realizzata prima, il Crystal Palace, per l’Esposizione Universale di Londra del 1851 poi concretizzato da Paxton, il vincitore del concorso. Un musicista avanguardista che sognava un nuovo genere musicale, forse la dodecafonia o dissonanza visto il periodo storico. Sogni che, indipendentemente dalla loro effettiva realizzazione, hanno reso la vita dei protagonisti degna di essere vissuta. Vite vissute come un costante viaggio. In questo libro di esordio si sente già il Baricco più maturo, quello delle letture teatrali, delle lezioni cadenzate da un ritmo narrativo che accomoda lo spettatore, in questo caso il lettore, con pause di suspanse e di riflessione incantevoli.