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Gli ultimi messaggi del Forum

L'ultima fortezza - di Bernard Cornwell

Bernard Cornwell è scrittore di lungo corso di romanzi storici, trovando spunto per i suoi lavori da eventi, soprattutto battaglie, un po´ in tutte le epoche, visto che per fortuna sua e malasorte dell´umanità di guerre ce ne sono sempre state in abbondanza. Questa volta, con L´ultima fortezza, narra di un epico scontro durante la guerra di indipendenza americana fra gli inglesi e i ribelli americani. Preciso che il fatto è accaduto veramente e anche come descritto nella narrazione, con poche modifiche della realtà e con la creazione di uno sparuto numero di personaggi di pura fantasia. Come sempre non si può che apprezzare l´indubbia abilità nel parlare della natura dei luoghi in cui si svolgono i fatti, così come puntuale e direi meticolosa è la caratterizzazione dei protagonisti, fra cui spicca un giovane ufficiale, John Moore, un nome dimenticato, ma che è stato un eroe nel difendere l´avamposto inglese a cui era stato comandato, una fortezza che diventò inespugnabile per i ribelli americani, ben superiori di numero alle truppe britanniche; è fuor di dubbio il coraggio del giovane ufficiale inglese, ma c´è da rilevare che nella sua impresa fu aiutato non poco dalla disorganizzazione e dall´incapacità dei due comandanti nemici, quello delle forze di terra e quello delle forze di mare. Quindi il libro si presta a una lettura appassionante, benché debba imputare all´autore un ritmo, secondo me, troppo lento, anche nelle fasi degli scontri, che invece dovrebbero essere frenetiche. E´ un appunto che tuttavia non incide, se non blandamente, sul piacere che ritrae il lettore, sempre più consapevole, pagina dopo pagina, di avere per le mani non solo uno strumento di svago, ma anche di arricchimento culturale, visto che viene reso edotto di un fatto molto importante della guerra di indipendenza americana da noi in genere raramente conosciuto.

Questo sangue che impasta la terra - Francesco Guccini, Loriano Macchiavelli

Quando scoppia l´estate, con il suo mix di lunghe ore di luce e di afa, è quasi inevitabile che chi ama leggere finisca con il dedicarsi a qualcosa di meno impegnativo, quale può essere un romanzo giallo. Infatti non si pretende molto, e cioè una trama con dei personaggi accattivanti, qualche colpo di scema e un finale con la scoperta dell´assassino di turno, il meno sospettabile in genere, purché rientri nella logica, in modo da trascorrere piacevolmente qualche ora. Ed è così che ho preso in mano un poliziesco del duo Guccini e Macchiavelli con l´inossidabile, e simpatico, maresciallo Santovito, da poco andato in pensione. Corrono gli anni `70, anni di piombo, e il piombo si spreca nei boschi dell´Appennino, che risuonano di colpi di mitra. C´è un morto ammazzato, un nuovo caso su cui indaga il successore di Santovito, il maresciallo Garbin, per territorialità investito dell´onere anche se in effetti chi conduce le indagini è sempre il neo pensionato. I morti si sprecano, la vicenda si complica, ci si inserisce anche il SID, in un minestrone in continua ebollizione e, tanto per non farsi mancare nulla, c´è una vicenda parallela, quella di Raffaella, la compagna di Santovito che lo ha lasciato per andare a insegnare negli Stati Uniti.
Insomma tanta carne al fuoco con il rischio di bruciare la sostanza e il rischio ben presto si concretizza, complicando inutilmente una trama che se fosse stata ideata secondo i crismi di una semplice linearità non sarebbe stata niente male, ma che così diventa farraginosa e finisce nel peggiore dei modi portando alla luce un colpevole che a mio avviso è del tutto improbabile.
E´ un peccato perché, se è vero che nel leggere ho ingannato un po´ il tempo, poi alla fine mi sono accorto di aver ingannato me stesso, di essermi illuso di di trovare una logica che non c´è.
Ne deriva che per le prossime ore di caldo e di afa dovrò affidarmi alla penna di altri giallisti.

Un'estate - Claire Keegan

Claire Keegan
"UN’ESTATE"
Titolo originale “Foster”
© 2010, 2022 Claire Keegan
Traduzione di Monica Pareschi
© 2023 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino
Pagine 73
Una coppia con molti figli e uno in arrivo.
Una bambina data in affido ad una coppia senza figli durante l'estate (ha perso l'unico che aveva in una tragedia).
È accudita amorevolmente da entrambi.
Durante il periodo cresce e impara molte cose, tra cui quella di non essere costretta a parlare se non vuole:
“– Non devi mai sentirti costretta a parlare, – dice. – Non devi farlo per forza, ricordatelo. Sono in tanti a rimetterci solo perché hanno perso un’ottima occasione per stare zitti “

Un racconto breve ma intenso dove la protagonista è anche la narratrice in prima persona. Di lei non si conosce il nome se non i nomignoli datele da Kinsella (fiorellino).
Mrs Kinsella è chiamata spesso dalla bambina “la donna” . Nonostante le apparenze il rapporto che si crea tra i tre è molto profondo.

Come il lupo - Eraldo Baldini

In parte fiaba, in parte romanzo gotico, Come il lupo è uno di quei libri che spiazzano il lettore, ma che anche lo interessano, perché ci sono tutti gli elementi indispensabili allo scopo: una valle, la Valchiusa, isolata, se non proprio fuori dal mondo però ai suoi confini estremi, una bimba malata, ma che ha il dono della preveggenza, una donna che ricorda lo stregone del villaggio unico tenutario di una medicina antica, i lupi che popolano i boschi dell’Appennino, un maresciallo della forestale che cerca di vederci chiaro in un mistero che lo tocca direttamente, il periodo storico, gli anni ‘50, in cui l’Italia ancora non si è ripresa dalle ferite della guerra, ma che sembra incamminata verso un’epoca di benessere e di grandi stravolgimenti.

Il personaggio principale è Nazario, maresciallo della Forestale, ex partigiano a cui sembra che gli crolli addosso il mondo con quel governo Scelba dalla parte dei padroni, con la moglie uccisa in una manifestazione di piazza e che gli ha lasciato una bimba diversa dalle altre, che ha un male che spaventa, l’epilessia; nei boschi ritrova se stesso, in cerca di lupi e in particolare di una femmina, Veruska, un animale sfuggente che quando sembra di poterle arrivare vicino per fotografarla scompare nel fitto della vegetazione e che gli ricorda tanto una giovane partigiana dell’est silenziosa, ma piena di ardimento nei combattimenti, sparita improvvisamente dopo che lui aveva cercato un contatto meno da compagni di lotta. Veruska donna e Veruska lupa rappresentano l’innato desiderio di libertà, quella libertà per la quale entrambe combattono e sono disposte anche a morire. E forse anche Nazario è a suo modo un lupo, solo che ancora non lo sa, perché gli manca la fiducia in se stesso. La Valchiusa è abitata da diverse famiglie, che vivono producendo un vino di grande qualità, unico al mondo, ottenuto da acini di uva rosata, attraversati da venature color rosso sangue che sembrano capillari sanguigni. Il prodotto, che ha la freschezza del bianco e la corposità del rosso ed è venduto a caro prezzo ad autentici estimatori, ha un nome strano, San Guilatrone, ma non ha niente a che fare con un santo, perché deriva dal latino sanguis latronum, cioè sangue dei ladroni; c’è infatti una leggenda che corre in quella valle secondo la quale alcuni secoli prima quattro briganti vi erano arrivati per rubare e violare le donne, ma gli abitanti li avevano fatti prigionieri, adibendoli al lavoro della macina del mulino al posto degli asini che erano morti; dopo alcuni anni, i ladroni, stremati e persa ogni speranza di ottenere la libertà, avevano chiesto di essere uccisi ed erano stati accontentati. Una leggenda, o forse no, perché qualcosa di vero ci deve essere, se dopo un violento terremoto una crepa in prossimità dei vitigni riporta alla luce uno scheletro, di cui si accorge, grazie al suo cane al seguito, proprio il maresciallo. Mi fermo, non vado oltre, perché la vicenda narrata merita di essere letta, evidenziando solo che è particolarmente avvincente.

Delatori - Mimmo Franzinelli

Chi è il delatore? Il dizionario Treccani così dice: “Chi per lucro, per vendetta personale, per servilismo verso chi comanda o per altri motivi, denuncia segretamente qualcuno presso un’autorità giudiziaria o politica, soprattutto qualora eserciti abitualmente tale attività.”. Quindi si tratterebbe di omuncoli, almeno nella maggior parte dei casi, e sono personaggi sempre esistiti, ma che fioriscono in modo incredibile durante le dittature. Delatori ci sono stati nell’Unione Sovietica, specialmente all’epoca di Stalin, nella Germania nazista e nell’Italia fascista. Poche volte questi individui sono mossi da ideali, perché prevale l’invidia e la sete di denaro; sotto le dittature sono essenziali per il regime, tanto più che presentano il vantaggio per chi comanda di poterli ricattare perché ben di rado riescono a mantenere l’anonimato. Franzinelli si occupa di questa categoria che durante il fascismo si era sviluppata in modo incredibile; ricchi e poveri, laureati e quasi analfabeti, persone in vista e sconosciuti, insomma un campionario variegato di persone di notevole bassezza morale ha aiutato la dittatura per cattiveria, per invidia e anche per il vil denaro. Il fenomeno delle delazioni scoppiò, arrivando a livelli incredibili a partire dall’anno 1926 allorché uscirono nuove leggi liberticide per chi esprimeva il suo dissenso o si lamentava dell’andazzo. I provvedimenti contro gli ebrei poi furono la classica ciliegina sulla torta, con migliaia di israeiiti oggetto di delazioni, visto che ai tradizionali motivi si aggiungeva anche quello razziale. Si segnalava anche per avanzamenti di carriera, per evitare la galera per reati comuni, per avere un trattamento di riguardo qualora arrestati per motivi politici. Il regime era contento, perché così poteva stringere il cappio intorno al collo degli oppositori e tutti vivevano in una specie di timore indotto dalla possibilità di essere oggetto di delazione. Mimmo Franzinelli scopre con questo testo un comportamento vergognoso di tanti italiani e se è vero che non pochi aiutarono gli ebrei e i partigiani, è altrettanto vero che tanti li denunciarono all’autorità di polizia.
Insomma non si trattò di casi sporadici, ma i delatori furono una moltitudine, fra cui non pochi insospettabili sia per l’attività svolta, sia perché ben capaci di nascondere il viscido tipico di questi soggetti. Erano utili al regime, come si è detto, e allora è lecito chiedersi che accadde quando il regime finì, nei modi che tutti ben sappiamo. Nei giorni immediatamente successivi alla liberazione avvenne la punizione di alcune spie, quasi sempre condannate a morte con successiva immediata esecuzione. Penso sia superfluo dire che non poche volte si trattò di giustizia sommaria, visto che il reo non veniva a essere definito tale dopo un rito processuale della magistratura, ma in verità, pur a fronte di eccessi e magari di errori, furono gli unici casi di punizioni, perché trascorso il primo periodo dopo la liberazione in cui gli animi erano ancora esacerbati, subentrò la fase di normalizzazione, che si tradusse anche nel decreto legislativo luogotenenziale che, per i reati commessi dopo l’8 settembre 1943, istituì le corti straordinarie d’assise che operavano nei capoluoghi di provincia e che fino alla loro abolizione alla fine del 1947 celebrarono circa ventimila processi. Circa l’esito degli stessi molto dipendeva dalla storia dei magistrati che le componevano, così poteva capitare che chi giudicava svolgesse analoga attività nei giorni della repubblica di Salò, con prevedibili risultati. Poi larga parte delle sentenze finirono per essere annullate dalla corte di Cassazione o rinviate a corti d’assise di altra provincia. Il colpo di grazia fu poi l’amnistia del 22 luglio 1946 per reati comuni, militari e politici commessi dopo l’armistizio, interpretata in modo largamente estensivo da magistrati cresciuti in epoca fascista. Si venne così a concretizzare il famoso motto “ Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato”, con tutti che vissero felici e contenti, meno ovviamente le povere vittime, un copione che ben conosciamo.

Mimmo Franzinelli ha parlato con la consueta capacità del fenomeno dei delatori, sulla base di un vastissimo materiale che dà la misura del problema; ne è uscito un saggio di pregevole fattura, in cui viene ben descritto un tassello della nostra storia che dimostra ancora una volta, ammesso che ce ne fosse bisogno, che il fascismo non è finito il 25 aprile 1945 e che il non aver fatto i conti con il nostro passato consente di poter ricadere negli stessi errori.
Da leggere, senz’altro.

La sposa nel lago - Cocco & Magella

Scrivere un buon romanzo giallo sembra facile, ma non lo è, e infatti in queste mie letture estive che, complice soprattutto il caldo, sono di romanzi di questo genere, notoriamente meno impegnativi di altri, continuo a trovare lavori che o hanno una buona caratterizzazione dei personaggi, in assenza però di una trama convincente, oppure il contrario. Non pretendo di prendere in mano un libro di Agatha Christie, ma mi sembra logico che la fine di un’indagine coincida con la scoperta di un colpevole logico, e invece saltano fuori all’ultimo momento degli sconosciuti capri espiatori. Poi c’è il peggio del peggio, cioè un romanzo con una struttura debolissima, con una superficiale descrizione dei personaggi, con un’ambientazione appena accennata e con una atmosfera che teoricamente dovrebbe essere ricca di tensione e che invece è un lento adagio. Mi riferisco in particolare a La sposa nel lago, che fa parte peraltro di una serie. Ebbene non ricordo di aver mai letto un libro così brutto, senza capo né coda, con dei protagonisti di cui non riesci a farti un’idea e con un ritmo lento, tale da conciliare il sonno.

Non aggiungo altro.

Lo scialo - Vasco Pratolini

Si deve riconoscere a Vasco Pratolini il grande merito di aver narrato la storia d’Italia della prima metà dello scorso secolo, creando trame e personaggi che ben riescono a rappresentare ciò che sono stati quegli anni. Non è un osservatore degli accadimenti di un’epoca che possa essere definito imparziale, perché l’idea politica comunista che lo anima finisce con il dare corso alle sue storie, ma se il punto di vista è marxista c’è anche una grande correttezza e sensibilità nel non esacerbare le vicende, nel descrivere i personaggi con quella punta d’affetto propria di ogni grande autore, indipendentemente dalla loro positività o negatività. Lo scialo è il secondo romanzo di una trilogia intitolata Una storia italiana e viene dopo lo stupendo Metello (il terzo è Allegoria e derisione); narra di Firenze fra le due grandi guerre e potrebbe essere definito come la parabola della piccola e media borghesia di quella città, estensibile però senza particolari problemi a quella di tutta l’Italia. E’ nata così un’opera che forse non era per corposità nelle intenzioni dell’autore, ma che lui ha sentito come necessaria, per non dire indispensabile, per descrivere, attraverso i tanti personaggi, protagonisti di vita quotidiana, dei rapporti fra il fascismo e appunto la borghesia. Ho detto che si tratta di un lavoro di consistente mole e forse sarebbe meno faticosa la lettura se l’autore avesse provveduto, in sede di stesura definitiva, a qualche opportuna sforbiciata, ma ciò non toglie che, superato lo sgomento iniziale quando ci si accorge delle tante pagine da leggere, il risultato alla fine risulta appagante.
Per quanto, a mio avviso, non si possa parlare di un capolavoro, ma di un romanzo che presenta un livello di eccellenza, occorre riconoscere che l’indagine storico sociologica di Pratolini ha consentito di ben delineare i rapporti fra una borghesia cristallizzata, ma con più ampie aspirazioni, e l’arrembante regime fascista. E non si tratta di una relazione conflittuale, bensì vede questa classe intermedia cercare di cogliere l’occasione per assurgere a più alti livelli. Si tratta di gente che non esita a sporcarsi le mani, a rinnegare le sue origini, in passato proletarie, per lasciarsi trascinare in un folle arrivismo che non scuote le loro coscienze, perché lo scopo è solo uno: emergere, anche a scapito degli altri. Potrei dire che questa classe sociale non ha idee politiche e non è nemmeno fascista, eppure con una leggerezza imperdonabile salta in groppa al cavallo del fascismo, senza pudore e anche senza nessuna convinzione. Mussolini e i suoi fedeli sono soltanto l’occasione e nulla di più, ma se questo può essere la naturale conclusione di un un erudito saggio sociologico, così non si può dire per l’opera letteraria che di certo ha impegnato moltissimo Pratolini, che riesce a generare una trama, densa di personaggi che ruotano incontro a quattro protagonisti principali, e riconoscendo a tutti, nessuno escluso, una dignità che si estrinseca nella loro credibilità, perché mai, e ripeto mai, si ingenera nel lettore il dubbio che gli stessi siano frutto d’invenzione, come in effetti sono.
Certo che Lo scialo finisce con l’apparire un’opera ambiziosa e che talora si perde per strada, complice l’inusitata lunghezza, ma poi alla fine quel fil rouge che appariva incredibilmente aggrovigliato si scioglie e si dipana, recuperando quella logica continuità che, se pur temporaneamente, pareva essersi persa.
Da leggere, senza il benché minimo dubbio.

La costanza della ragione - Vasco Pratolini

Siamo a Firenze, nell’immediato dopo guerra, e Bruno, a cui è venuto meno il padre nel corso del conflitto, cresce fra le angosce della madre Ivana, timorosa di perderlo, come le è accaduto per il marito, e la figura, di rigorosa moralità, di Miloschi, vecchio amico del padre e che poi è diventato tutore del ragazzo. Si raccontano, nel romanzo, i primi venti anni di vita di questo giovane, con tutti i passaggi tipici del periodo, con i primi ideali e ovviamente anche i primi amori. E se ci si basasse solo su questo si potrebbe parlare solo di un tipico romanzo di formazione, ma non è da Pratolini scrivere senza proporre qualcosa di diverso e peraltro non campato in aria, perché, accanto a un atteggiamento dei suoi vecchi che si lasciano travolgere dalla vita, con una atavica rassegnazione, incapaci di reagire, lui, Bruno, cerca di continuo una risposta logica alle sue inquietudini giovanili, anche per non affondare nel grigiore quotidiano di chi è più avanti negli anni e che, senza sentirsi uno sconfitto, non ha però più voglia di combattere.
In questo lavoro di Pratolini siamo un po’ al di fuori delle sue classiche tematiche, nel senso che non si tratta più di un romanzo corale, e del resto anche l’ambiente è diverso, perché pur restando la città Firenze non si svolge in un antico rione popolare, ma in una nascente periferia.
Peraltro stupisce in quest’opera una ricerca intimistica, anziché una rappresentazione sociale, come se l’autore per una volta avesse voluto tralasciare la sua passione politica, che però non è assente nel romanzo, pur non risultando dominante. Pratolini, comunque, non sarebbe Pratolini se non avesse nei suoi intenti uno scopo, un fine; che si tratti di un desiderio di riscatto delle classi più deboli, o della trepidazione propria di chi cerca di dare risposte ai perché della vita, è ben presente nell’autore la necessità di non creare solo un lavoro di semplice svago, ma di riflettere l’essenza di sé, di proporsi alternativamente a un mondo esterno che quasi mai è di suo completo gradimento.
Se Bruno, ricorrendo allo stretto pragmatismo, è convinto di avere le risposte che gli premono, ne uscirà sconfitto, perché il mondo può presentare aspetti spiegabili con la ragione e altri no, perché i sentimenti non sono formule matematiche, ma passione. Dovrà anche lui patire la sconfitta, ma ha maturato la sua esperienza, ha costruito quella struttura fatta di gioie e dolori, di ansie e sereni momenti, di logicità e illogicità grazie alla quale potrà meglio affrontare la vita.
La costanza della ragione non è probabilmente un capolavoro, ma è comunque un’opera di notevole valore.

Metello - Vasco Pratolini

La boje, vale a dire bolle, era parte del motto che i contadini adottarono in occasione della rivolta popolare del periodo 1882 – 1885. Nel caso di Metello, invece, si tratta del primo grande sciopero degli edili avvenuto più tardi, nel 1901, ma in ogni caso si trova pure in questa occasione l’esasperazione di lavoratori quasi alla fame che, prendendo piano piano coscienza dei loro diritti, rivendicano, in uno con un congruo aumento salariale, il riconoscimento della propria dignità di uomini.
Protagonista principale di questo grande affresco storico è Metello Salani, nato a Firenze nel 1875 e rimasto nel giro di pochissimo tempo orfano dei propri genitori, tanto che di fatto viene adottato dalla donna che lo teneva a balia.
Il romanzo ripercorre la vita di questo bambino che diventerà uomo prima del tempo per la necessità di sopravvivere, un uomo che non ha avuto la guida di un padre, ma che troverà in un compagno di lavoro, l’anarchico Betto, colui che gli insegnerà a leggere e a scrivere e che lo introdurrà alla vita degli adulti. Metello ha un’intelligenza pronta, impara presto, lavora bene come muratore, poco a poco diventa un esempio per gli altri che faticano tutto il giorno, fra mille pericoli, a tirar su muri e a coprire con i tetti. Non è esente da difetti, è sostanzialmente fedele a chi ama, ma è privo di remore quando si tratta di rispondere alle sollecitazioni della carne. Comunque è un uomo in cui matura, senza che lui se ne accorga, il desiderio di rivendicare per la propria categoria tutti quei diritti naturali da tempo negati e senza essere un sindacalista riesce comunque ad assurgere alla figura di capo popolo, una guida per tanti altri che cominciano ad alzar la testa. Si chiedono migliori condizioni di lavoro, un aumento della paga che consenta di vivere, ma è netta la chiusura dei padroni, tanto che, ob torto collo, i muratori sono costretti a indire uno sciopero a oltranza. E’ bellissima la descrizione dell’atmosfera, di questa povera gente che è di fatto obbligata a indebitarsi per tirare avanti, nella speranza che sopraggiunga un accordo. Tutto sembra complottare contro di loro e chi ha il potere ricorre anche alla forza della polizia e dell’esercito, ma alla fine, quando gli animi sono esasperati, quando il fronte degli scioperanti comincia a incrinarsi, quando scoppiano i tafferugli e ci scappa anche il morto, si giunge al tanto agognato accordo, che accoglie solo in parte assai ridotta le richieste economiche, ma che ha un significato che esula dalla materialità del denaro: è sorto uno spirito di categoria, un popolo di cenciosi si è unito per riscattare la propria dignità. Il lavoro può ricominciare, funestato subito da un tragico incidente, in cui periscono un vecchio muratore e un giovane manovale, perché le condizioni di sicurezza sono inadeguate e per di più non esiste un’assicurazione sugli infortuni. Ecco quindi una materia su cui discutere con i padroni, ecco un altro traguardo da raggiungere di quella lunga corsa a tappe che è l’emancipazione di una classe lavoratrice taglieggiata dal padronato. Il romanzo non ha una fine vera e propria, perché Metello esce dal carcere dove è stato tenuto in attesa di giudizio per i fatti di quello sciopero, giudizio che lo assolve pienamente, e ad attenderlo in strada trova la moglie Ersilia con il figlioletto. Si incamminano verso casa, ma prima si fermano in un caffè, dove lei prende un corretto e lui un grappino. Davanti a loro un grande specchio riflette la loro immagine e Metello dice “La Sacra Famiglia”; al che lei lo invita a non bestemmiare e lui replica “Ma d’ora in avanti.”. Gli fa eco lei: “D’ora in avanti cosa?”. Sembrerebbe di capire che Metello da ora in avanti si interesserà solo della famiglia e che non si occuperà più di battaglie politiche, ma entrambi sanno che non è possibile, perché un uomo come lui non può restare sempre a capo chino e la lotta, per quanto lunga e difficile sia, non può essere per lui che pane quotidiano.
Scritto splendidamente, coinvolgente, emozionante, a volte anche commovente, Metello è il romanzo che mi sento di definire un capolavoro.
Da ultimo, nel 1970 uscì nelle sale cinematografiche una felice trasposizione cinematografica dal titolo Metello, un film diretto da Mauro Bolognini e interpretato da un giovanissimo e convincente Massimo Ranieri e da una brava Ottavia Piccolo che ottenne il premio per la migliore interpretazione femminile al Festival di Cannes.

L'abate Roys e il fatto innominabile - Fulvio Tomizza

Fulvio Tomizza è un narratore di particolare spessore e mi ha incantato con romanzi stupendi fra i quali cito soprattutto La quinta stagione, Materada, La miglior vita e Franziska. Sostanzialmente è uno di quegli autori che, legato alla propria terra d'origine, ne ripercorre la storia, soprattutto quella del XX secolo e solo raramente si avventura in epoche di molto precedenti. Con L'abate Roys e il fatto innominabile si porta nel XVI secolo, in luoghi ben diversi dai suoi soliti, anche se abbastanza prossimi e con una vicenda che parte da un fatto reale tutto sommato non di particolare rilievo, ma che comunque può interessare per le sue peculiarità. Si tratta quindi una storia antica, di un contrasto protratto nel tempo fra due ecclesiastici. In breve di seguito riporto alcuni cenni che danno indicazioni sulla trama.
Alessandro Roys, le cui origini sono spagnole, è l'abate della decadente abbazia di Summaga; vedovo, con prole, è pervenuto a quell'incarico grazie a un vero e proprio mercanteggiamento messo in opera dal fratello, altro ecclesiastico piuttosto influente in Vaticano. L'uomo non più giovane, ma dal carattere per nulla remissivo, intrattiene una relazione, che si potrebbe definire non proprio quieta, con una serva di nome Cecilia, ma non si limita a questo, perché infatti la fa prostituire, traendone guadagni.  Fra liti, abbandoni e ritorni, c'è una definitiva rottura allorché Cecilia se ne va con un altro uomo, evento che l'abate non può sopportare, né come maschio, né soprattutto come protettore e allora per vendetta si inventa una pratica erotica che la stessa, definita ormai una fattucchiera, praticherebbe usando addirittura gli oli santi. C'è ovviamente odore d'inquisizione, ma la denuncia al vescovo di Concordia, Pietro Querini, viene insabbiata. Non corre buon sangue fra i due uomini, per non dire che si detestano cordialmente, ma se prima era una sorta di antipatia ora finisce per il diventare un contrasto acceso che culmina alla fine in un'indagine del più alto prelato sul Roys, anche per l'attiva collaborazione al riguardo di Cecilia e di sua madre. In pratica l'abate viene accusato di essere l'ispiratore della pratica sacrilega e innominabile, ma l'uomo è abile e sa difendersi bene, sfruttando tutte le possibilità procedurali che di volta in volta si presentano. Nulla viene detto sull'esito dell'indagine, ma si comprende poi che è sfociata in un nulla di fatto, perché dopo alcuni anni accade che il vescovo Querini faccia visita pastorale all'abbazia, il cui titolare è ancora l'abate Roys e si rileva che nulla è cambiato, con le solite raccomandazioni di porre rimedio allo stato di degrado dell'edificio di culto e le consuete reiterate promesse di provvedere, puntualmente disattese.
Come è possibile notare, più che una storia è una storiellina, eppure anch'essa ha un suo significato, perché in un mondo in cui il potere regola il corso delle cose anche un vescovo non può imporsi a un subordinato, quando questi ha un fratello che a Roma conta, e poi in fondo una schermaglia inconcludente finisce con il dare un po' di sapore a una vita asfittica di due comprimari nel multiforme organico degli ecclesiastici.
Non è certo molto e qualche cosa di più era lecito attendersi da uno scrittore del calibro di Tomizza; comunque L'abate Roys e il fatto innominabile è uno di quei testi scorrevoli che si leggono anche con un certo piacere e che consentono di trascorrere alcune ore senza un particolare impegno.  

La visitatrice - Fulvio Tomizza

Fulvio Tomizza venne a mancare nel 1999 e le sue ultime due opere La visitatrice e Il sogno dalmata vennero pubblicate postume, rispettivamente nel 2000 e nel 2001. Entrambe, pertanto, costituisco l’ultima fatica letteraria dell’autore e sono quindi frutto della sua consapevolezza dei traguardi già raggiunti, allorché, avanti con gli anni, è quasi un destino narrare i propri ricordi. In particolare La visitatrice sembra maggiormente il romanzo con cui Tomizza si è interrogato sul suo passato, in cui mi pare spicchi quel naturale rimpianto per le occasioni sfumate, per le opportunità lasciate sfuggire, con la consapevolezza che quella stagione è ormai del tutto andata. Non si tratta di una vera e propria autobiografia, ma di tracce di memoria che vengono a comporre nel loro insieme una vicenda probabilmente di fantasia, ma con un fondo di verità. Il protagonista è un anziano commerciante, assai malato, ma della cui gravità la moglie e la figlia non sono del tutto coscienti; Emilio, così si chiama l’uomo, accompagna le due donne alla stazione ferroviaria da cui prenderanno il treno per Bologna per andare da dei parenti e per fare acquisti legati alle imminenti nozze della giovane. Una volta partite, l’uomo tornerà a casa con l’autobus, seguito da una donna che sembra voler fare la stessa strada, e che in effetti farà, accompagnandolo fin dentro al suo appartamento e rivelandogli di essere sua figlia. Lo sarà? Poco importa nell’economia del racconto, perché questa rivelazione è l’occasione per riscoprire i fantasmi della propria gioventù, è l’innesco per l’esplosiva rivelazione a se stesso che altro e più appagante era un certo amore, forse non piatto come quello derivante dall’attuale matrimonio. E’ tutto un mondo che riemerge dalle nebbie, una testimonianza di una vita un tempo veramente vissuta che solo nella mente di un uomo stanco e ammalato, prossimo alla sua fine, può dare un senso a un’intera esistenza.
La visitatrice è un romanzo malinconico, scritto con un tono distaccato che gli fa assumere un desiderio di imparzialità che commuove, ma che al tempo stesso finisce con il diventare il testamento umano e letterario di un grande scrittore.

Il sogno dalmata - Fulvio Tomizza

È indubbio che Tomizza possa essere considerato uno scrittore di frontiera e come tale si é adoperato nei suoi libri per descrivere la vita, per nulla tranquilla, degli abitanti dell'Istria, trapiantati qui nel XVII secolo dalla Dalmazia e dall'Albania, quasi un regalo della Serenissima che, oltre a sottrarre all'influenza turca quelle popolazioni, trovò il modo di non renderle parte integrante della Repubblica, facendo balenare il sogno di una terra in cui avrebbero finalmente potuto stare senza alcun patema d'animo. Il terreno è brullo, richiede immani sforzi per cavarne qualche cosa di che vivere, ma i nuovi arrivati non si danno per vinti in partenza, si danno invece da fare e poco a poco quella landa inospitale diventa una zona in cui poter finalmente piantare le radici. Ma la zona è di periferia, soggetta a non infrequenti invasioni e anche il padrone ogni tanto passa di mano, con l'impero asburgico succeduto alla repubblica veneta, e a sua volta seguito dall'occupazione italiana. Tutte esperienze che presentano aspetti positivi e negativi, non come quella solo negativa  che si ha finita la seconda guerra mondiale, allorché Tito impone la sua lingua e la sua illiberale visione politica.
Ancora una volta Tomizza ci parla della storia del suo popolo, travagliata, e anche senza speranza e di quella nuova patria, rimasta infine una chimera, e lo fa in un modo inconsueto, con un libro che non è un saggio storico e nemmeno un romanzo storico; è invece un'analisi sofferta della propria condizione, con il desiderio di potervi tornare un giorno, ma non come ospite, bensì come padrone di quei quattro sassi.
Più che in altre sue opere si avverte il dolore per questa posizione di un popolo che racchiude due anime, quella dalmata e quella istriana, probabilmente acuito dal sentore dell'avvicinarsi della morte, tanto che il libro sarà pubblicato postumo, e in questa luce può anche essere interpretato come un testamento, di ciò che è stato e di ciò che avrebbe potuto essere.
Non ha la forza di Materada, né la sublime poesia de La miglior vita, eppure  Il sogno dalmata lascia egualmente il segno e chiude la produzione letteraria di uno che può essere giustamente considerato uno dei maggiori autori del secolo scorso.
In questo senso vale la pena di leggerlo, cercando di cogliere il tratto poetico che di tanto in tanto caratterizza mirabilmente la sua scrittura, consapevoli che costituisce il suo commiato, ancora una volta e fino ultimo da uomo coerente e amante della libertà.

Franziska - Fulvio Tomizza

E' fuor di dubbio che da Fulvio Tomizza il tema dei confini, siano essi solo territoriali, oppure etnologici,  è particolarmente avvertito, anche per un'esperienza diretta.
Ma ci sono anche altri confini, più nascosti, quasi subdoli che possono devastare la vita degli uomini e ne è un tipico esempio Franziska, un romanzo di grande bellezza, in cui la capacità dell'autore di penetrare nell'animo femminile raggiunge vertici inimmaginabili. Già qualche cosa avevo intuito leggendo Gli sposi di via Rossetti, ma l'abilità nell'immedesimarsi, nel comprendere la sfera intima di una donna qui arriva a risultati che non potevo di certo nemmeno ipotizzare, per di più in un uomo.
L'avvio della storia risale a una data fatidica, all'inizio di quel secolo pieno di trasformazioni e di sconvolgimenti che avrebbe visto ben due guerre mondiali.
Il primo gennaio del 1900 nasce a San Daniele del Carso una bambina a cui viene imposto il nome di Franziska. Ai nati in quel giorno, entro le prime sei ore, l'imperatore Francesco Giuseppe ha promesso il suo speciale padrinato e, quel che più conta, una donazione di mille corone.
E' nell'ottica del guadagno, della partecipazione al premio che la levatrice, in presenza di un parto difficile, nulla fa per aiutare la puerpera, con il fine che la nascita ufficialmente avvenga nelle prime sei ore del primo  gennaio del 1900.
Così nasce Franziska, ma muore Marija, sua madre.
La bimba crescerà, diventando donna, in un mondo sconvolto da una rapida trasformazione e questo libro parla con tenerezza, ma senza enfasi, dei suoi sentimenti, delle sue emozioni, di un amore forte che poco a poco si diraderà per colpa anche dell'invalicabile confine di classe.
La sua storia con il tenente del genio Nino Ferrari ha tutto il sapore di un'occasione mancata e irripetibile, di un unione incerta fra due mondi che non arrivano a comprendere che i confini sono frutto solo degli interessi umani.
L'amore diventa solo una parentesi, soffocata piano piano dalle difficoltà di un rapporto tra etnie diverse e da classi sociali troppo differenti.
Con lei a Trieste e lui ritornato a Cremona, sua città natale, la relazione prosegue, come negli sposi di Via Rossetti, in forma epistolare. Non c'è più la forza dell'amore, ma è un affetto tormentato che a poco poco si spegne. Resta in lei solo il ricordo di un giorno felice quando si conobbero e fra guerre, eccidi, e finalmente la pace, lo porterà con sé fino alla morte.
La vicenda, descritta così, sembra il tipico melodrammone strappalacrime, ma la grande abilità di Tomizza, che non si lascia mai prendere dalla compassione, fa sì che sia una storia fra le tante, di un rapporto semplicemente difficile fra due sconfitti.
Da leggere, perché lo merita.     

Alle spalle di Trieste - Fulvio Tomizza

 Ho sempre stimato Fulvio Tomizza per le sue indubbie qualità di narratore, anche se la tematica ricorrente è sempre la sua terra d'origine, quell'Istria territorio di confine in cui si incontrano diverse nazionalità, a volte in pacifica coesistenza, altre invece fonti di attriti che appaiono insanabili. Peraltro, come sempre accade in un autore abbastanza prolifico, si alternano prove sicuramente riuscite, e al riguardo non si può fare a meno di ricordare lo stupendo La miglior vita, ad altre decisamente sotto tono. Nel complesso, comunque, ci si trova di fronte a uno scrittore più che eccellente, a una penna che ci ha lasciato opere che sicuramente non cadranno nell'oblio. Del Tomizza saggista non avevo conoscenza e pertanto mi sono accostato con curiosità a Alle spalle di Trieste, un libro che raccoglie numerosi articoli redatti nel corso di diversi anni e relativi appunto a quel territorio che si sviluppa dietro questa città, ultimo nostro porto a Nord sul mare Adriatico. È un ritorno agli antichi temi, a quella terra da cui l'autore è stato costretto a migrare, ma che è rimasta come una spina nel suo cuore. Alcuni potrei definirli di carattere letterario, come quando parla degli scrittori e poeti di questo vasto comprensorio, altri sono di carattere etnografico, oppure sociologico e anche politico, insomma un ampio ventaglio che ritengo che Tomizza abbia inteso proporre per meglio far conoscere agli altri, soprattutto agli italiani, i problemi di questa terra martoriata nei secoli da guerre e invasioni. Tuttavia, se anche l'offerta è ampia, si può notare la presenza di alti e bassi già riscontrabile nella sua produzione di narrativa, un po' per il lungo arco di tempo nel corso del quale sono stati scritti, un po' perché come saggista mostra diverse pecche fra le quali, fastidiosa, quella di ricorrere a frequenti digressioni, che gli fanno perdere il filo del discorso principale e che imbarazzano anche il lettore. Si tratta in buona sostanza di luci e di ombre, dove le prime sono poche e le seconde sono decisamente maggiori. Fra l'altro, sono un po' tanti gli articoli dedicati a Trieste, la sua città di adozione, e in cui lui, abituato agli ampi spazi della campagna, non si deve essere trovato mai bene, perché questo traspare dalle righe, a volte venate da un vero e proprio astio. In contrapposizione c'è uno scritto sulla Mitteleuropa che da solo merita la lettura del libro, una disamina attenta, quasi puntigliosa che è in grado di fornire una visione esatta di questa vasta regione che raggruppava soprattutto quasi tutti i territori di cui era costituito l'impero austro-ungarico e che tanto ha dato alla letteratura; si sofferma giustamente sul collante che teneva unite tante nazionalità, quel senso dello stato comune poi franato miseramente e disgregatosi del tutto con la Grande Guerra. 
Non posso dire, comunque, che come saggista abbia dato buona prova di sé, però il libro merita ugualmente e ritengo che costituisca un corredo indispensabile per conoscere e comprendere meglio questo grande scrittore.

L'ereditiera veneziana - Fulvio Tomizza

Dopo alcune letture poco interessanti, o addirittura insoddisfacenti, ho deciso in questo ultimo scorcio di estate di andare sul sicuro, cioè di affidarmi a un’opera di un autore di comprovata capacità, e allora, per non voler andare troppo indietro nel tempo, per non affidarmi a un classico, ho pensato bene che un narratore come Fulvio Tomizza facesse al caso mio. La scelta non è stata facile, perché della sua produzione ho letto quasi tutto e mi resta ben poco per completare la conoscenza di uno scrittore di indubbie elevate qualità. Fra quel poco ho puntato su L’ereditiera veneziana, che Tomizza ha ricavato da un raro libro di Gianrinaldo Carli (economista, poligrafo, istriano di ampia cultura) imperniato sull’affascinante moglie Paolina, morta assai giovane, a soli venticinque anni. L’epoca è il XVIII secolo, l’ambientazione è nella città di Venezia, ben lontana dall’Istria così cara a Tomizza, ma pur sempre nel Veneto e per di più con il fatto che il marito è originario degli stessi luoghi dell’autore. Dico subito che le aspettative in parte sono andate deluse, restando comunque un’opera meritevole di essere letta. Questo approccio di Tomizza con un’epoca e un luogo che sono lontani dalle trame e ambientazioni dei suoi romanzi, per di più partendo dal libro di un altro autore, lo lasciano indeciso fra lo scrivere una biografia e un romanzo, tanto che finisce con il mescolare i due generi, senza però arrivare ad apprezzabili risultati. Aggiungo che non è improbabile che nell’autore istriano sia sorta una specie di finalità sociologica, visto che in una Venezia settecentesca, tollerante, ma anche perbenista, conservatrice, ma non chiusa a nuove idee, il fatto che la giovane donna con intelligenza e perseveranza riesca a costruire il destino della sua famiglia è un chiaro richiamo alla parità dei sessi, all’epoca probabilmente al massimo ipotizzabile in qualche mente particolarmente aperta. Paolina, donna energica, pratica, non mascolina, anzi molto femminile, sembra quasi una figura di fantasia, ma sappiamo che era proprio così; semmai ciò che si può imputare a Tomizza è di non essere riuscito a trasmetterci con imparzialità le sue caratteristiche, mentre invece ne risulta soggiogato e quindi si avvertono tutte le sue trepidazioni, forse anche qualche eccesso, che finiscono con idealizzare il personaggio, una mitizzazione che pesa un po’ su un’opera che non è certo fra le migliori di Tomizza, ma che è tutt’altro che disprezzabile. Del resto, questo alternarsi di rigore e partecipazione è frutto dell’incertezza dell’autore che, come ho sopra riportato, appare titubante nel decidere se dare all’opera una chiara impronta storico-biografica, oppure quelle caratteristiche proprie della narrativa.
Non è forse il libro che mi aspettavo di leggere, ma comunque è pur sempre un’opera intrigante, che induce anche a riflessioni di non poco conto e di ciò deve essere dato pertanto ampio merito a Tomizza.