Un'odissea partigiana - Mimmo Franzinelli, Nicola Graziano
Alla base della grande problematica trattata con questo saggio vi è il fatto che, terminata la seconda guerra mondiale e quindi intervenuta la liberazione dall’oppressione nazi-fascista, il nostro paese si è dimostrato particolarmente punitivo nei confronti di chi aveva combattuto per reintrodurre la democrazia e per contro clemente nei confronti di chi, per tanti anni, in particolar modo gli ultimi, aveva soffocato ogni libertà. E’ questo paradosso che balza subito all’occhio, è questa volontà di chi giudica nei tribunali di essere fin troppo ligio alle leggi quando gli imputati sono partigiani, e invece abituato a chiudere più di un occhio nei confronti dei fascisti. La circostanza è facilmente spiegabile qualora si consideri che i magistrati dei più alti gradi di giudizio per essere nominati in tal ruolo dovevano essere fedeli esecutori degli ordini del precedente regime. Per ovviare a questo problema, a cui contribuì anche l’amnistia del 22 giugno 1946 fermamente voluta dall’allora ministro della Giustizia Palmiro Togliatti con lo scopo di pervenire a una pacificazione nazionale, avvocati come Umberto Terracini e Lelio Basso, per evitare condanne pesanti a ex partigiani per reati commessi durante il periodo di lotta clandestina o nell’immediato dopoguerra invocarono per i loro assistiti lo stato di seminfermità mentale. Riconosciuta questa attenuante agli imputati si aprivano le porte dei Manicomi giudiziari, in cui se era facile entrare, risultava ben difficile uscire. La citata amnistia liberò migliaia di fascisti, ma si rese inapplicabile nei confronti dei partigiani riconosciuti dal tribunale incapaci di intendere e di volere. Quindi questi benemeriti del nostro paese, da considerare al di là dei giudizi dei magistrati sani di mente, vennero a trovarsi in una situazione che oserei definire tragica.
Di tutto questo parlano lo storico Mimmo Franzinelli e il giurista Nicola Graziano in questo interessante saggio che ha anche il pregio di portare alla luce un fenomeno che ritengo fosse conosciuto da pochi; per far questo si avvalgono, fra l’altro, delle lettere dei detenuti conservate dal giovane attivista comunista Angelo Jacazzi che tanto fece e si batté per questi infelici che penavano, di fatto imprigionati in una sorta di limbo istituzionale.
Il libro è interessante indubbiamente perché porta alla luce un problema di grande rilevanza quasi sconosciuto, ma anche perché evidenzia il fatto che in Italia non si riesce a fare i conti con il passato, con il risultato che questo passato può sempre ritornare. Il fenomeno rilevato e discusso è una delle tante contraddizioni che sono emerse nel dopoguerra e che di fatto si sono estrinsecate nella incompleta defascistizzazione del nostro paese. Le conseguenze, quindi, continuiamo a pagarle, in una democrazia fragile e che non riesce a consolidarsi totalmente anche per le carenze della nostra classe politica.
Un’odissea partigiana è un saggio di facile e piacevole lettura, che merita senz’altro di essere letto.