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I superstiti del Télémaque - Georges Simenon

Per quanto la capacità creativa di Simenon potesse sembrare inesauribile ogni tanto doveva sopravvenire qualche stanchezza, un calo di forma che inevitabilmente si rifletteva in una produzione non del consueto elevato livello. Deve essere accaduto anche per I superstiti del Télémaque, dalla lettura pur sempre gradevole, ma romanzo che non è all’altezza di quanto ci ha abituato l’autore belga. Eppure la storia parte da un elemento di indubbio interesse, da un delitto che pare trovare origine in quanto accaduto dopo il naufragio del Télémaque, allorché i superstiti, per sopravvivere, dovettero ricorrere al cannibalismo. La moglie di uno dei possibili divorati è impazzita e i figli Pierre e Charles, gemelli, scontano della tragica fine del padre e dello stato mentale della madre la loro esistenza, con il primo tutto forza e muscoli, ma poco cervello, e il secondo, malaticcio, ma capace di ben ragionare.
E’ Pierre che viene accusato dell’omicidio di un superstite di quel naufragio e spetterà all’insicuro Charles l’ingrato e delicato compito di tirarlo fuori dalle rogne scoprendo il vero colpevole.
La trama è quella che è, tanto più che la scoperta del reo è abbastanza nebulosa, ma in genere quello che si apprezza di Simenon sono le capacità di ricreare l’ambiente e di sondare psicologicamente l’animo umano. La prima non manca, perché la descrizione e l’atmosfera di Fécamp, cittadina della Normandia che vive soprattutto con la pesca dell’aringa sono come al solito rese perfettamente.
Quello che invece non è al solito livello è l’indagine psicologica, con questi due gemelli per niente uguali e dalle caratteristiche completamente diverse, notevolmente accentuate nei caratteri, tanto da essere quasi innaturali. Insomma, nessuno dei due è riuscito a rientrare nelle mie simpatie, perché troppo estremizzati.
Direi che questo romanzo è stato scritto forse frettolosamente, oppure, come ho accennato all’inizio, era un periodo un po’ di stanchezza; con ciò non intendo affermare che è un lavoro da poco, no, solo che è semplicemente un giallo, e non il solito, ma eccellente giallo di Simenon.

L'inverno più nero - Carlo Lucarelli

Bologna, dicembre 1944, gli alleati sono ormai alle porte, ma, complice l’inverno, preferiscono sospendere le operazioni, in pratica provvedono a svernare. Ma se sui crinali degli Appennini c’è quasi una tregua, peraltro non concordata, nella città capoluogo dell’Emilia si combatte ogni giorno per sopravvivere. Invasa dagli sfollati, che popolano la Sperrzone, il centro, sorvegliato dai soldati della Feldgendarmerie, fra animali di ogni genere, dai manzi alle galline, più che una città ha assunto le caratteristiche di una corte dei miracoli, con la popolazione che patisce la fame e il freddo, stretta nella morsa delle SS e degli irriducibili repubblichini (anche se più d’uno di questi sta già pensando di cambiare casacca), teatro della continua guerriglia urbana dei partigiani, Bologna è l’ombra di quella che fu. In questo ambiente e con questa atmosfera opprimente, entrambi resi benissimo dall’autore, troviamo il commissario De Luca, diventato vicecomandante della sezione politica, a cui viene affidato l’incarico, da parte di tre committenti diversi, di indagare su altrettanti omicidi. Ci sarebbe da mettersi le mani nei capelli, perché in un momento storico come quello sarebbe già tanto risolvere un caso di omicidio, ma tre, e peraltro non collegati fra loro, sembrano, e sono, qualcosa di eccezionale tale da ricordare le mitiche fatiche di Ercole. Tuttavia, De Luca – ci si chiede però perché faccia parte della famigerata “politica” senza essere un fanatico e un violento – ritrova il piacere per le investigazioni, per scoprire i colpevoli di atti criminali non legati a opposte fazioni; si rimbocca le maniche e, con la collaborazione di terzi e con un po’ di fortuna, giunge a risolvere i tre casi. Nel frattempo, però, qualcosa in lui è cambiato, perché se prima era indifferente alle violenze a cui erano sottoposti i partigiani arrestati, ora vede le cose diversamente e si vergogna di essere corresponsabile, non torturatore, ma certamente colpevole di aver contribuito ad alimentare questa catena di orrore. Passerà dall’altra parte? O più semplicemente lascerà tutto e tutti per sprofondare nell’anonimato? Non ci è dato di sapere, perché il suo capo, alla fine, gli anticipa che smobiliteranno gli “uffici” per andare al Nord. E’ una conclusione che sinceramente mi ha spiazzato, perché lascia aperte le possibilità che ho elencato e c’è da augurarsi che Lucarelli, nel prossimo romanzo con protagonista De Luca, dia una risposta.
L’inverno più nero è diverso dai soliti polizieschi per il periodo storico in cui svolge la trama e questo è un altro pregio di un’opera senz’altro meritevole di lettura.

Il pane perduto - Edith Bruck

Grazie Edith per aver scritto la tua storia. Quanta sofferenza gratuita hai vissuto sulla tua pelle, quanto dolore, quante vicissitudini nella tua esistenza. Ma grazie perchè l'odio, un sentimento umano che avrebbe colto chiunque al tuo posto, non ti ha sopraffatto. Anzi, ha prevalso il desiderio di raccontare la tua vita, ciò che - a mio avviso - ti rende un esempio di libertà per tutti noi, giovani e adulti del 3° millennio che certe brutture le abbiamo solo studiate sui libri o viste su uno schermo.

Sei giorni di preavviso - Giorgio Scerbanenco

Mi sono finalmente deciso a conoscere la scrittura di Giorgio Scerbanenco e per farlo ho pensato di procedere per gradi, iniziando dal suo primo romanzo giallo, Sei giorni di preavviso, che ha dato alla luce nel 1940. In quell’occasione compare per la prima volta un curioso investigatore, Arthur Jelling, un archivista della polizia con un’autentica passione per quegli aspetti secondari dei delitti, i cosiddetti dettagli, che appaiono stridenti, in poche parole che non tornano secondo logica.
La vicenda si svolge all’estero, a Boston negli Stati Uniti, e non potrebbe essere altrimenti, perché nel regime fascista c’è un’avversione per la letteratura poliziesca che viene tollerata solo per trame in cui i reati siano commessi preferibilmente da stranieri, perché, come noto, erano taciuti i fatti di cronaca nera al fine di dimostrare che con il regime tutto era in ordine, tanto da poter dormire con la porta aperta.
In un crescendo ossessivo, simile al Bolero di Ravel, all’attore fallito Philip Vaton arrivano biglietti giornalieri in cui lo si preavvisa della sua prossima morte, fissata per il 12 novembre di mattina. E’ inutile che vada oltre perché rischio non poco, e cioè di togliere l’indispensabile suspense, elemento imprescindibile e qualificante di qualsiasi romanzo giallo. E’ invece opportuno rilevare l’eccellente stile dell’autore, capace di dare al personaggio di Jelling una statura qualitativa di assoluta eccellenza, in contrasto con il carattere sottomesso dello stesso. Si tratta di un uomo che arriva alla soluzione per deduzione, in possesso di una logica ferrea e incontrovertibile, capace di rivoltare l’animo come un guanto, ma non privo di umanità e quindi dotato di una naturale simpatia, quel che si potrebbe definire, senza voler fare paragoni, ma al solo scopo di descriverlo meglio, una via di mezzo fra l’Hercule Poirot di Agatha Christie e il Jules Maigret di Georges Simenon. E’ un investigatore che insegue la perfezione senza essere perfetto, che si pone teorie di cui cerca le prove e che è anche capace di ricredersi, insomma un uomo, non un superuomo, e per questo apprezzato, oltre che dai superiori, anche dai lettori.
E’ superfluo dire che arriverà alla soluzione del caso, per niente campata in aria, e ciò dopo una lettura avvincente, che è poi il segreto del successo di ogni libro.
Il mio primo contatto con Giorgio Scerbanenco è stato quindi positivo e sono più che certo che leggerò altri suoi romanzi.

Patria - Fernando Aramburu

In Spagna, nei Paesi Baschi, vivono, fra l’altro, due famiglie, nelle quali il capofamiglia dell’una muore assassinato in un attentato dell’ETA, nelle cui file milita un membro dell’altra. Peraltro, i due nuclei erano molto amici, circostanza che rende ancora più stridente l’evento delittuoso, una tragedia nella tragedia, perché nulla sarà più come prima. Aramburu, nel parlarci dei membri di queste famiglie, riesce a ricreare l’atmosfera di un paese in cui i “nemici” possono risiedere nella stessa casa, magari avere addirittura il pianerottolo in comune, e questo è il dramma di ogni guerra civile, forse la più “incivile” fra tutte le guerre. Inoltre l’autore ci riporta le sensazioni, le opinioni di ognuno di questi familiari, quasi un’inchiesta, che però è un romanzo e del romanzo ha le caratteristiche di opera che scorre veloce, ma che permette anche al lettore di riflettere. Così facciamo conoscenza con Txato, la vittima, con la moglie Bittori, con i figli Xavier e Nerea; per l’altra famiglia ci sono le storie vissute da Joxian con la moglie Miren, con il primogenito, membro dell’ETA, Joxe Mari, e gli altri due figli Arantxa e Gorka. Di ognuno prendiamo così una conoscenza diretta, riusciamo a comprendere torti e ragioni, poco a poco si ritrae l’impressione di averli sempre conosciuti, si arriva a illudersi che potrebbero essere nostri vicini di casa. Ma su tutto domina la sofferenza, la sofferenza dei familiari per la perdita del padre, il dolore dell’altra famiglia per la perdita di un amico e per un’amicizia che non sarà più tale. Aggiungo che questa sensazione di entrare a far parte della storia porta dapprima a una nostra attrazione, poi all’immaginazione di vivere anche a noi nel paesino della vicenda, Euskadi. Sono d’accordo che è un’illusione, ma la capacità di attrarre il lettore è proprio quella di coinvolgerlo, di essere almeno un testimone inerte, se non addirittura partecipe della storia. Aramburu raggiunge questo raro pregio mescolando abilmente i periodi temporali, come se anche noi, nel corso della narrazione, avessimo memoria degli eventi passati, come se le radici degli altri fossero anche le nostre.
Patria è questo e proprio per questo è un capolavoro.

Monte Casale - Carlo Benfatti

Credo che sia necessaria una precisazione: il 25 aprile, anniversario della Liberazione, riferito appunto al 25 aprile 1945, non è il giorno in cui in Italia sono cessati i combattimenti, bensì è quello in cui il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia ha proclamato l’insurrezione generale in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti. Nei giorni immediatamente successivi è avvenuta così la liberazione di vaste zone, per esempio il 28 aprile quella di Venezia, ma si sono avute ancora alcune battaglie e fra le ultime quella del 30 aprile in provincia di Mantova, nei pressi di Ponti sul Mincio, quando sul Monte Casale, una collina morenica, fu stanata una colonna di SS, di soldati tedeschi e di militi della Repubblica Sociale Italiana, che si era rifugiata lì con l’intento poi di spingersi più a nord per raggiungere la Germania, non senza aver lasciato prima dietro di sé una scia di sangue.
Di questo fatto d’armi si parla in Monte Casale, l’ultimo combattimento, opera dello storico mantovano Carlo Benfatti. Che si sia trattato dell’ultimo combattimento non è probabilmente esatto, visto lo scontro che si ebbe il 2 maggio 1945 in val Sabbia in provincia di Brescia, come riportato peraltro dall’autore stesso, ma resta il fatto che le forze germaniche in Italia firmarono la resa il 29 aprile e che questa divenne effettiva il 2 maggio. Quindi gli scontri successivi alla data del 29 aprile si dovettero quasi esclusivamente a una resistenza ottusa degli irriducibili, soprattutto le famigerate SS.
Il combattimento di Monte Casale si inserisce in questi episodi di fanatismo, atteso che il comandante delle forze naziste arroccatesi sulla collina era un giovane ufficiale delle SS che non esitava a passare per le armi chi voleva arrendersi; catturato gravemente ferito, morì mentre era trasportato in ospedale.
Il resoconto di quanto avvenne è reso dall’autore in modo encomiabile, con uno stile documentaristico che impreziosisce l’opera, arricchita dalla narrazione di avvenimenti antecedenti la battaglia in argomento, e cioè le fasi della ritirata tedesca nella provincia di Mantova, portando notizie documentate che spiegano come si svolsero tanti fatti di sangue per la efferata crudeltà di un esercito ormai sconfitto e disperato.
A parte la precisa citazione delle fonti bibliografiche, assumono particolare valore le testimonianze di chi allora era presente e partecipò al combattimento, voci che senza retorica descrivono quel che accadde.
Sono dell’opinione che leggere questo libro sia, oltre che istruttivo, un atto di riconoscenza ai partigiani e agli arditi del gruppo di combattimento “Legnano” del Corpo Italiano di Liberazione che parteciparono all’azione e che contarono nelle loro file ben 8 caduti, a cui sono da aggiungere un militare americano e un abitante del luogo.
Con ogni probabilità furono fra le ultime vittime di una guerra sanguinosa e insensata che travolse l’Italia e da cui è nata una nazione libera e democratica.

La storia - Elsa Morante

Nella saggistica storica si parla quasi sempre dei protagonisti e degli eventi che gli stessi hanno determinato e così gli attori sono politici, uomini di stato, alti gradi militari, industriali e banchieri, insomma chi, a vario titolo, viene definito il padrone del vapore. Ci sono però anche quelli che subiscono questi eventi, comparse senza volto a cui nei saggi si fa sporadicamente riferimento, proprio di una massa indistinta che sempre rimarrà tale, anche quando il fatto si è concluso ed è calato il sipario sul teatro della vita. E’ a questi sconosciuti che Elsa Morante ha dedicato La storia, un romanzo di straordinaria bellezza, di una notevole profondità a dispetto di una semplicità di esposizione che, senza tralasciare nulla, dice esemplarmente tutto. Non c’è retorica, né ci sono eroi, e questo è un altro pregio dell’opera, atteso che dato il periodo in cui si svolge la trama (dal 1941 al 1947) e quindi per la quasi totalità durante la seconda guerra mondiale, sarebbe stato facile, ma non intelligente, abbondare di retorica e di atti di valore.
La storia narra di Ida Ramundo, una vedova con un figlio adolescente di nome Ninnuzzu e un altro, frutto di una violenza subita per opera di un tedesco ubriaco, di nome Giuseppe, ma chiamato poi da tutti Useppe. La vita è quella della povera gente, ancor più misera per il periodo bellico, con Ida, maestra elementare, che si arrangia come può per mandare avanti la sua famiglia. Più male che bene si riesce a campare, nell’incubo dei pericoli della guerra e con il non infondato timore di Ida di subire delle conseguenze per l’essere in parte ebrea. Poi il bombardamento sul quartiere romano di San Lorenzo distrugge la casa in cui Ida e i suoi familiari abitano, così che è gioco forza adattarsi a un alloggio comune. Si tratta di esseri umani che non sono protagonisti della storia, ma che la subiscono ogni giorno, anche con le inquietudini che caratterizzano il dopo guerra, e senza dimenticare che, ricchi o poveri, ci si può ammalare, ma che per i poveri non ci sono l’assistenza e le medicine riservate ai ricchi.
La trama, tutto sommato, potrebbe sembrare poca cosa, ma è l’abilità di chi scrive, la sua capacità di ricreare ambienti, atmosfere e di suscitare emozioni che nobilitano le pagine, che fanno di una storia la storia di tutti, di tutti quelli che patiscono le decisioni di chi conta, loro che sono numericamente assai più numerosi, ma che non hanno nessuna voce in capitolo, loro che comunque vada a finire la storia in cui sono semplici comparse non avranno né prebende, né vantaggi, ma, solo nella migliore delle ipotesi, una sofferenza minore di quella che di solito patiscono.
Ci sono pagine che mi hanno commosso, mi hanno inumidito gli occhi, perché una donna mite come Ida avrà tanto ancora da subire, come la morte del primo figlio, che scompare in circostanze drammatiche, e le condizioni di salute di Useppe, nato sottopeso, minato da una malattia poco conosciuta clinicamente all’epoca (l’epilessia) che lo isola dagli altri bimbi, ma non gli toglie quel desiderio di afferrare una vita che giorno dopo giorno gli sfugge di mano. La povera donna darà i primi segni di cedimento della sua mente con la morte di Ninnuzzu, per poi avere il colpo di grazia con la scomparsa di Useppe, a cui sopravviverà per alcuni anni, ma ormai vinta, un povero essere che tanto ha combattuto per i suoi figli e che senza di essi non è più nulla, è svuotata del tutto, senza più volontà, solo un cuore che batte sempre più piano.
La storia è un romanzo stupendo, uno di quelli che restano per sempre nel cuore di chi legge.

La banda degli uomini

E tre! Si perché questo è il terzo romanzo di Flavio Villani che ho avuto il piacere di leggere e a differenza degli altri, di genere giallo, con protagonista il commissario Cavallo, La banda degli uomini è un noir, anche se c’è un’indagine investigativa, se pur a livello familiare. Accenno brevemente alla trama, costituita in buona sostanza da due storie che finiscono con l’incontrarsi: la ricerca, da parte dei figli, dei colpevoli dell’assassinio del padre e il furto, su commissione, di un quadro di grande valore. Si comincia con la descrizione di una Milano operaia di anteguerra (l’anno è il 1938) con un ex sindacalista che fa lo stradino, ma è dedito al bere in un modo esagerato, alcool che non assumerà più nella speranza di sopravvivere a una tubercolosi diagnosticata; e quasi ci riesce, ma una sera torna casa alla sua famiglia gravemente ferito, lui dice di essere caduto, di non chiamare il medico, ma quando questo arriva con notevole ritardo per la necessità che ha avuto di assistere un malato grave, il povero Carlin – così si chiama l’ex alcolizzato – è già morto. Poiché l’autopsia svelerà che è stato vittima di un pestaggio, i figli si mettono in cerca del colpevole, certi che la polizia non intraprenderà indagini per la morte di un poveraccio. L’ambientazione, l’atmosfera di una città oppressa dalla dittatura fascista è sicuramente apprezzabile e richiama alla memoria certe pellicole fotografiche noir di produzione francese. La vicenda del furto del quadro, che vede come protagonista un fascista della prima ora emarginato dal partito per aver alzato le mani su un superiore, è più convenzionale, ma acquista originalità nel momento in cui questa trama incrocia quella dei figli che vogliono vendicare il padre. I personaggi anche in questo caso, tranne per le figure dei capoccioni, sono di basso livello, uomini con poco cervello e solo forza bruta, insomma la manovalanza di un partito dittatoriale. Con l’incontro delle due trame le vicende si fondono ed è un bene perché i colpi di scena si susseguono, con quello finale del tutto inaspettato che francamente mi ha sorpreso, perché una fine vera e propria non c’è; infatti, l’ultimo evento è l’omicidio di uno dei protagonisti durante la festa di Carnevale, mentre il resto è lasciato all’intuito del lettore, come il destino dei ragazzi, cioè dei figli di Carlin, unitisi con altri giovani emarginati a formare così una banda, e altrettanto sconosciuta è l’esito dell’indagine per la morte di Carlin stesso. Questa peculiarità mi ha lasciato perplesso, al punto che mi è anche sorto il dubbio che Villani voglia dare un seguito a questo romanzo, che ho apprezzato soprattutto per i paesaggi metropolitani di case decrepite fronteggiate da palazzi signorili, per il grigiore diffuso e il senso di oppressione che solo una dittatura può diffondere.
Comunque, la vicenda, al di là della strana conclusione, è senz’altro piacevole da leggere e finisce con l’avvincere, desiderosi di arrivare a una fine che, senza essere deludente, ha invece il pregio di un’opera eccellente, anche se incompiuta.

Irradiazioni - Ernst Junger

Nel corso della Grande Guerra, a cui partecipò da volontario, Ernst Junger venne ferito ben 14 volte e venne decorato nel 1917 con la Croce di Ferro di prima classe e addirittura con la più alta onorificenza bellica tedesca nel 1918, l’ordine Pour le Mérite. Da quell’esperienza trasse un libro, diventato famosissimo, Nelle tempeste d’acciaio, un romanzo autobiografico degli anni del conflitto, lontano tuttavia anni luce da quel capolavoro che è Niente di nuovo sul fronte occidentale, di Erich Maria Remarque. Infatti, mentre in quest’ultimo c’è l’orrore per la guerra, nell’opera di Junger c’è invece il compiacimento non solo per primeggiare in battaglia, ma anche nel realizzare il sogno, in verità delirante, dell’uomo cacciatore. Sarebbe tuttavia incompleto un giudizio su Junger basandosi su un solo libro, perché ne ha scritti molti altri, diventando inoltre anche un filosofo di chiara fama. E’ per questo motivo che ho voluto leggere questo diario di guerra (la seconda guerra mondiale) a cui partecipò con il grado di capitano, mai però impegnato in combattimenti, ma emblema del soldato tedesco per sua aureola di eroe.
Ebbene, gli anni a volte non trascorrono invano e Ernst Junger mi è parso cambiato, più dedito a osservare e riflettere che ad agire, meno interessato a misurarsi continuamente e con gioia con la morte; addirittura in lui compare un’umana pietà, come per esempio quando è costretto ad assistere alla fucilazione di un disertore, o quando fa delle amare riflessioni sulla guerra ormai perduta. Non è in sintonia con il capo indiscusso del nazismo, ma nemmeno si dissocia, vive così alla giornata, conosce la cerchia degli attentatori del Fuhrer del 20 luglio 1944, fra i quali il generale Speidel, ma non ha conseguenze, tranne quella di essere congedato dall’esercito, e questo perché la figura dell’eroe della Grande Guerra si mantiene inalterata nell’immaginario collettivo, ma soprattutto nella mente di Adolf Hitler.
Irradiazioni, che è poi il diario dal 1941 al 1945, è un’opera di notevole interesse, anche per le escursione in campo letterario, a cui l’autore si dedicava prevalentemente nella Francia occupata e in cui ebbe occasione, fra l’altro, di conversare con uno scrittore del calibro di Cocteau. Da uomo emblema era ovviamente a contatto anche con gli esponenti di regime, il che però non gli precluse la possibilità di essere in amichevoli rapporti con gli alti ufficiali dissidenti, insomma un osservatore attento e posso dire anche imparziale. Infatti, Junger rappresenta un punto di vista sostanzialmente obiettivo, di parte tedesca, di quel che fu l’avventura di una guerra iniziata assai bene e conclusa rovinosamente, sepolta dalle macerie di mezza Europa, da milioni di soldati e civili morti, ma soprattutto lordata dall’ignominia dell’Olocausto.
Da leggere, non c’è dubbio.

Butcher's crossing - John Williams

John Williams ha la straordinaria capacità di stupire il lettore, con una prosa, tanto dissimile nel suo sviluppo, quanto uguale nei suoi intenti; in ogni suo romanzo parla dell’essere umano, nella sua naturale incompletezza e nel senso che cerca di dare alla sua esistenza. Che sia l’anonimo insegnante Stoner, o l’uomo più potente del mondo, l’imperatore Augusto, in ogni caso ci troviamo di fronte a esseri che vengono dall’oscurità per brillare nella migliore delle ipotesi per qualche istante e che infine ritornano nell’oscurità. Tutto è fatuo, nulla è durevole, la caducità ci è propria e possiamo solo vivere di sogni che il più delle volte finiscono con il trasformarsi in incubi, come accade a Schneider, a Miller, a Hoge, a McDonald, quattro dei personaggi di Butcher’s Crossing, spalle del protagonista Will Andrews, un giovane di buona famiglia, che lascia l’università e che si spinge all’ovest alla ricerca del suo destino. Approderà a Butcher’s Crossing, questo misero villaggio polveroso, e parteciperà al sogno collettivo di abbattere una mandria gigantesca di bisonti. Partono in quattro (Schneider, Miller, Hoge e Andrews) e tornano in tre, dopo che il loro sogno si è trasformato in incubo per ritrovarsi di nuovo in quella fogna di paese, sconfitti tutti, anche McDonald, tranne Andrews che considera l’esperienza una tappa del suo continuo pellegrinaggio. Il mercato delle pelli di bisonte è crollato, la ferrovia che doveva passare per il villaggio transiterà a una cinquantina di chilometri dallo stesso, tutto appare finito e superato, in una luce crepuscolare che incornicia gli ultimi giorni di un’epoca e di un’epopea. C’era una volta il West, terre libere, selvagge, battute dal vento e dal sole, calpestate da mandrie di bisonti e dagli stivali di uomini pronti a giocarsi tutto per alimentare un sogno, c’era, ma tutto sta cambiando e così anche quel mondo, che più non ritornerà.
Romanzo caratterizzato da una vena malinconica e pessimista, Butcher’s Crossing si chiude in modo enigmatico, con il giovane Andrews che riprende il suo cammino, senza sapere dove andrà, anche se in cuor suo sa che sta procedendo alla ricerca di se stesso. Opera dai ritmi lenti, anche dove forse dovrebbero essere accelerati, come nel caso della carica dei bisonti, si fa apprezzare anche per la grande abilità con cui l’autore è riuscito a ricreare l’ambiente e l’atmosfera, al punto che le pagine poco a poco si fanno immagini in movimento, tanto che si ha netta la sensazione di essere presenti nella valle solitaria dei bisonti, sotto la neve che cade impietosa, fra quegli uomini che invano cercano di dare un senso alla loro vita, alle spalle di Miller che implacabile con il suo fucile stende i grossi mammiferi, in preda a un’ansia corrosiva che lo fa assomigliare al capitano Achab di Moby Dick. Ma forse è inutile cercare di dare un senso alla nostra vita, perché tutto è già stato scritto nel libro del destino, anche che quegli uomini sono le ombre ormai di un mondo che scompare.
Imperdibile.

Augustus - John E. Williams

In attesa di poter leggere il ben più noto Stoner ho ripiegato (ma il termine è eccessivo, come emergerà con il mio giudizio) su Augustus, un romanzo storico sul primo degli imperatori romani, su quell’Ottaviano successore designato di Giulio Cesare. L’autore, molto opportunamente, riporta in una nota all’inizio dell’opera una precisazione con cui evidenzia che, per quanto abbia cercato di rispettare rigorosamente gli eventi e i personaggi, così come pervenutici dalla storia, ha dovuto, per esigenze letterarie, commettere errori voluti, inventare fatti, creare personaggi che forse non sono mai esistiti. In buona sostanza ha ritenuto doveroso evidenziare che non si tratta di un saggio, di una biografia, bensì, a tutti gli effetti, di un romanzo storico. La metodologia adottata per parlarci di Augusto è la più varia, ricorrendo a epistole di Cicerone, a brevi brani degli Atti di Augusto e al frammento di un libro perduto della Storia di Tito Livio conservato da Seneca il Vecchio. Comunque siano state le fonti quello che mi preme evidenziare è che Williams è riuscito a darci un ritratto realistico di quello che fu Augusto, inserito perfettamente nel suo contesto storico che ci consente anche di avere un’idea, non vaga, e nemmeno allo stato di ipotesi, di quella che doveva essere realmente la società romana, dei giochi di potere che fermentavano, che dividevano, che minacciavano l’esistenza stessa di Roma, una sorta di politica nefasta e corrotta che presenta straordinarie analogie anche con l’Italia d’oggi. Ottaviano, poi divenuto Augusto, è un uomo esile, dalla salute cagionevole, ma dalla fortissima e determinata personalità, un protagonista assoluto che saprà sbarazzarsi degli assassini di Cesare e poi del rivale Marco Antonio, assicurando a Roma un lungo periodo di quiete e di prosperità. L’uomo più potente della terra, un Dio in terra, è in realtà un abile e accorto politico, che, al di fuori di quella che è la gestione dello stato, ha solo due passioni: la moglie Livia e la figlia Giulia. Per quanto le ami dovrà sacrificarle alla ragion di stato così che questa stella di prima grandezza, che splende di fuori agli occhi di tutti, è in effetti un essere profondamente infelice, che resterà progressivamente solo con la dipartita degli amici fidati, da Agrippa a Mecenate, all’adorato Virgilio. Questa intima malinconia è resa in modio splendido dall’autore, che ha anche avuto l’idea accostare la solitudine della potenza con la serenità degli esseri umili. Al riguardo le pagine in cui si descrive l’incontro, per le vie di Roma, di Augusto con Irzia, che gli fu compagna di giochi e amica quando entrambi erano bimbi, ora una donna un po’ più anziana, non ricca, ma nemmeno povera, amata dai figli, baciata da una serenità contagiosa anche se avverte prossima la dipartita, sono forse le migliori del romanzo. Augusto riconosce l’amica, che lo chiama, come da bambina, Tavio; prova gioia, pur nella malinconia che lo permea, e i due parlano, prima del passato, poi del presente. “Ho dato a Roma una libertà di cui io solo non posso godere”. “Non hai trovato la felicità, dissi io (Irzia), nonostante tu l’abbia data.” .”Così è stata la mia vita”. Si scambiano altre parole e al momento del commiato Augusto poggia le labbra sulla guancia di lei. Credetemi, raramente mi è capitato di leggere pagine in cui il contrasto fra l’aridità del potere e la pace della vita semplice sono state rese così bene. Credo che Williams sia riuscito a carpire dopo tanti secoli la personalità di Ottaviano, e non solo quella, ma anche le altre di Mecenate, di Orazio, di Virgilio e della sua piccola cerchia di amici. Quando parlano sembrano vivi, non si ha cioè quella sensazione di parole messe in bocca a chi non può pronunciarle e forse accade questo perché ci siamo lasciati avvincere dall'opera e ora siamo in lei, camminiamo sul selciato del foro, ascoltiamo le gare poetiche di Orazio e di Virgilio, siamo accanto ad Augusto nei rari momenti di gioia con la moglie e la figlia, lo seguiamo in punta di piedi mentre con passo sempre più stanco si avvia verso la soglia dell’Ade.
Augustus non è stato di certo un ripiego, visto che lo considero un capolavoro.

La repubblica dei brocchi - Sergio Rizzo

Nel nostro paese chi è capace viene emarginato, mentre l’incompetente fa carriera, caratteristiche che giustificano ampiamente il declino dell’Italia sotto ogni suo aspetto. E’ cosa risaputa, certamente, ma uno studio del problema e soprattutto dei motivi che l’originano appare indispensabile e a ciò ha provveduto Sergio Rizzo con questo libro di facile e illuminante lettura. Veniamo così a sapere che il degrado non riguarda solo la politica e i burocrati pubblici, ma anche i manager delle aziende private, circostanza questa particolarmente deleteria come dimostrato dai continui ridimensionamenti, in senso negativo, delle nostre industrie di grandi e piccole dimensioni. Purtroppo la situazione è destinata a peggiorare, perché l’impreparazione di chi è nei ruoli chiave è sempre più accentuata e ci distanzia ulteriormente dalla classe dirigente dei paesi più sviluppati. Non è una bestemmia dire che da noi sono i brocchi che comandano e in quanto tali vogliono mantenere le loro rendite di posizione, circondandosi di collaboratori ancor più incapaci di loro, onde evitare di essere soppiantati prima del tempo dagli stessi. Gli esempi eclatanti che Rizzo fornisce sono tanti e riguardano tutte le categorie, dai dirigenti dei ministeri ai giudici, dai liberi professionisti agli amministratori di aziende private, solo per citarne alcune. Nel leggere questo libro viene spontaneo chiedersi come l’Italia possa andare avanti ed è comprensibile, perché è come una candela che brucia e fa luce fino alla fine, quella fine a cui ormai siamo vicini. Con una burocrazia ottusa, ma che serve a conservare posizioni di privilegio, il paese è ingessato e chi volesse dare una svolta, creando nuova occupazione, incontrerebbe più ostacoli che favori; per dirla in breve da noi la meritocrazia non è certo di casa, il che spinge i giovani preparati e capaci a emigrare trovando lavoro e idonea retribuzione all’estero, visto che in Italia non sarebbero considerati e farebbero la fame. Questa fuga di cervelli ovviamente aggrava la situazione e aumenta ulteriormente la distanza fra noi e i paesi più evoluti. Evidentemente è un problema che non interessa a chi, brocco, ricopre tuttavia una posizione di responsabilità che alla luce delle sue effettive incapacità diventa di irresponsabilità.
Si tratta di vedere se è una caratteristica di tutti gli italiani usare la parola “meritocrazia” senza poi applicarla, o discenda da una classe politica del tutto inutile, quando addirittura non dannosa. Sta di fatto che ci sono dei corporativismi miranti solo a difendere la posizione raggiunta, chiusi, anzi ostili a ogni riforma, i cui privilegi sono irrinunciabili anche se il paese – ed è sotto gli occhi tutti – procede a gran velocità come il Titanic contro l’iceberg. Il bello della questione, però, è che i brocchi, pur consapevoli della situazione, non fanno nulla – ammesso che ne siano capaci – per mettere in atto una svolta destinata a risolvere i problemi che affiggono l’Italia e che ritengono eterni e insanabili.
Da leggere senz’altro, anche se le arrabbiature si susseguono, pagina dopo pagina.