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Gli ultimi messaggi del Forum

Le due pipe di Maigret - Georges Simenon

Cosa era andato a fare in quel vicolo cieco in una piovosa giornata di ottobre Louis Thouret, trovato ammazzato con un coltello piantato nel cuore? L’arma e le modalità del delitto avrebbero potuto far pensare a un regolamento di conti negli ambienti della malavita, ma la vittima era un personaggio insignificante, vestito in modo sobrio, fatta eccezione per un paio di vistose scarpe gialle che avevano destato subito l’interesse della moglie, talmente immersa in un grigiore quotidiano da scanzalizzarsi per quel capo di abbigliamento così eccentrico. E poi Thoret era un modesto magazziniere, alle dipendenze di una ditta che, come si scoprirà nel decorso delle indagini, risultava cessata da tempo, circostanza di cui l’uomo non aveva edotto la famiglia, continuando a uscire alla mattina per recarsi al lavoro e a ritornare alla sera. Forse si era trovata un’altra occupazione, migliore della precedente visto che continuava a portare a casa lo stipendio, peraltro leggermente aumentato. Doveva essere un lavoro ben strano il suo, considerato che era stato visto diverse volte, nel corso dei normali orari, seduto su una panchina dei giardini. Insomma, la seconda vita di Louis Thoret, con le scoperte che fanno Maigret e i suoi ispettori, finisce con il diventare l’autentico giallo, e non tanto per a ricerca del colpevole, a cui infine si arriverà con una conclusione non certo illogica, ma che presenta più di un punto oscuro. Pazienza, poco importa, perché in questo romanzo ciò che conta e attrae il lettore è il cercare di sapere chi fosse in realtà la vittima, anche perché una volta rivoltata la sua esistenza come un calzino il movente e il colpevole servono solo a chiudere un’opera che è senz’altro una delle migliori di Georges Simenon con protagonista il celebre commissario Jules Maigret.

La costanza della ragione - Vasco Pratolini

Siamo a Firenze, nell’immediato dopo guerra, e Bruno, a cui è venuto meno il padre nel corso del conflitto, cresce fra le angosce della madre Ivana, timorosa di perderlo, come le è accaduto per il marito, e la figura, di rigorosa moralità, di Miloschi, vecchio amico del padre e che poi è diventato tutore del ragazzo. Si raccontano, nel romanzo, i primi venti anni di vita di questo giovane, con tutti i passaggi tipici del periodo, con i primi ideali e ovviamente anche i primi amori. E se ci si basasse solo su questo si potrebbe parlare solo di un tipico romanzo di formazione, ma non è da Pratolini scrivere senza proporre qualcosa di diverso e peraltro non campato in aria, perché, accanto a un atteggiamento dei suoi vecchi che si lasciano travolgere dalla vita, con una atavica rassegnazione, incapaci di reagire, lui, Bruno, cerca di continuo una risposta logica alle sue inquietudini giovanili, anche per non affondare nel grigiore quotidiano di chi è più avanti negli anni e che, senza sentirsi uno sconfitto, non ha però più voglia di combattere.
In questo lavoro di Pratolini siamo un po’ al di fuori delle sue classiche tematiche, nel senso che non si tratta più di un romanzo corale, e del resto anche l’ambiente è diverso, perché pur restando la città Firenze non si svolge in un antico rione popolare, ma in una nascente periferia.
Peraltro stupisce in quest’opera una ricerca intimistica, anziché una rappresentazione sociale, come se l’autore per una volta avesse voluto tralasciare la sua passione politica, che però non è assente nel romanzo, pur non risultando dominante. Pratolini, comunque, non sarebbe Pratolini se non avesse nei suoi intenti uno scopo, un fine; che si tratti di un desiderio di riscatto delle classi più deboli, o della trepidazione propria di chi cerca di dare risposte ai perchè della vita, è ben presente nell’autore la necessità di non creare soio un lavoro di semplice svago, ma di riflettere l’essenza di sé, di proporsi alternativamente a un mondo esterno che quasi mai è di suo completo gradimento.
Se Bruno, ricorrendo allo stretto pragmatismo, è convinto di avere le risposte che gli premono, ne uscirà sconfitto, perché il mondo può presentare aspetti spiegabili con la ragione e altri no, perché i sentimenti non sono formule matematiche, ma passione. Dovrà anche lui patire la sconfitta, ma ha maturato la sua esperienza, ha costruito quella struttura fatta di gioie e dolori, di ansie e sereni momenti, di logicità e illogicità grazie alla quale potrà meglio affrontare la vita.
La costanza della ragione non è probabilmente un capolavoro, ma è comunque un’opera di notevole valore.

Nel tempo di mezzo - Marcello Fois

Stirpe terminava con Vincenzo Chironi, che del tutto inatteso, anche perché sconosciuto, entrava in casa Chironi, con la famiglia ormai ridotta ai minimi termini e costituita dal capostipite Michele Angelo e dalla figlia vedova Marianna. Il giovane ha messo piede per la prima volta sull’isola alla ricerca di quelle che sono le sue origini, in quanto figlio riconosciuto di Luigi Ippolito Chironi, morto poi in guerra, e frutto di una sua relazione con una giovane friulana, pure lei deceduta quando il piccolo era ancora in fasce e così finito all’orfanotrofio. Per quanto ovvio, a Nuoro per lui comincerà una nuova vita, così come una speranza di prosecuzione della stirpe sorge nella famiglia, abituata, purtroppo, a soffrire nell’abbondanza. In questo secondo romanzo della saga le vicende umane si susseguono scandite dal ritmo delle stagioni e percorrono, o meglio attraversano, dei tempi di mezzo con un passato che quasi si ribella all’avverarsi dei tempi nuovi, ma pur storcendo il naso li accetta; è così che si snocciola il tragitto della vita con matrimoni, nascite e le immancabili e inevitabili morti fino alla fine degli anni ‘70 del XX secolo. Sullo sfondo del cammino dei protagonisti dall’alba al tramonto si innesta forte, prepotente, ma al tempo stesso rasserenante, pur fra luci e ombre, la natura dell’isola, descritta magistralmente dall’autore, con accenni quasi poetici che impreziosiscono la narrazione e sono accolti entusiasticamente dal lettore perché il poter leggere una trama, indubbiamente interessante, innestata su un palcoscenco fatto di montagne brulle o lussureggianti, di zone aride e di altre rigogliosamente verdi, di un mare cristallino e quasi tropicale, è un piacere intenso per lo spirito. Non esagero se dico che l’ambiente appare dinanzi ai nostri occhi, si percepiscono odori e suoni, ma quel che più conta si ha netta la sensazione di esserse immersi in quel panorama, di essere presenti a vicende liete e ad altre meno liete, in poche parole di essere irresistiblimente attratti dalle righe che compongono le pagine che scorrono veloci, più veloci del tempo della narrazione e che riescono a staccarci dal nostro piccolo attuale mondo per essere partecipi di una realtà passata.
Nel tempo di mezzo è un bel romanzo, come del resto il primo della serie, Stirpe, un’opera che non mancherà di soddisfare anche i palati più esigenti, visto che contenuto e forma procedono di pari passo su un livello di eccellenza.
Ho scoperto tardi questo autore, ma, come si suol dire, non è mai troppo tardi, basta volere, e infatti piano piano leggerò le sue opere.

Liberazione - Sandor Marai

Nel dicembre del 1944 le truppe sovietiche avanzano vittoriose anche in Ungheria e posto l’assedio alla capitale Budapest sferrano l’attacco finale. Due giorni prima del Natale la venticinquenne Erzébet, braccata da mesi, trova fortunosamente un rifugio per il padre, un noto scienziato che i tedeschi e i fascisti ungherese vorrebbero uccidere unicamente perché l’uomo non ha scelto di stare dalla loro parte e dato che nelle dittature o si è con chi comanda, o in caso contrario si è considerati nemici, lui diventa un pericoloso antagonista, anche se a tutti gli effetti la sua scelta è stata di non collaborare. Sistemato il genitore, in pratica murato vivo in uno spazio angusto di una cantina in compagnia di alcuni altri ricercati, la ragazza attende la fine degli scontri nei sotterranei adibiti a rifugio della casa in cui abita, in mezzo a una moltitudine di persone che in quella promiscuità desiderano solo che tutto finisca presto. La vicenda non ha nulla di trascendentale, ma il romanzo ha un suo particolare valore per la grande capacità dell’autore di effettuare un’analisi psicologica approfondita dei comportamenti di individui costretti per giorni a stare a stretto contatto di gomito e con la paura di essere uccisi, magari da una delle tante bombe sganciate dagli aerei russi o da un proiettile della loro artiglieria. Ora dopo ora questa umanità impaurita manifesta gli effetti di un ancestrale terrore, proprio di chi è trepidante per la sua sorte, e se queste paure alimentano una tensione che consente alla gente di sopravvivere fra delusioni e speranze, pur tuttavia piano piano porta a un’assuefazione con la morte che sradica ogni pietà. Il mondo descritto da Marai non è quello di una società proletaria, ma, tranne per pochi componenti, è proprio della borghesia, avida e al tempo stesso pavida, una società che si trascina ora rassegnata, ora esasperata, ma che comunque non perde le sue caratteristiche distintive, in cui ognuno manifesta condiscendenza per ribadire il suo status, la sua superiorità. Eppure, nel trascorrere dei giorni, pigiati l’uno accanto all’altro, costretti nel fetore delle latrine comuni, poco a poco si allentano i freni inibitori, si appassisce, si diventa inerti come pecore rassegnate nell’imminenza della macellazione. E invece arriverà la liberazione, tanto agognata, tanto sognata, un istante di gioia e poi riprendono gli incubi, perché finita un’epoca se ne apre un’altra che ancora non è possibile conoscere.

Sandor Marai ha ultimato la stesura di questo romanzo nel settembre del 1945, quando già da non pochi mesi la città era sotto l’occupazione sovietica e aveva sicuramente capito che questa opprimente presenza, se pur sotto altre vesti, si sarebbe protratta a lungo, fino a una nuova liberazione, con le inevitabili incertezze sul dopo.
Da leggere, senz’altro.

Ezio - Giorgio Ravegnani

Verso la fine del IV secolo l’impero romano è ancora molto grande, si estende su un territorio enorme, ma, se può sembrare forte e potente, cela invece una fragilità pronta ad apparire al momento più propizio, insomma è quello che si potrebbe definire un colosso dai piedi di argilla. Sono ormai diversi secoli che i barbari premono alle frontiere, un po’ desiderosi di mettere le mani sulle ricchezze del grande stato, un po’ per fuggire altri popoli predatori che, nella loro espansione, seminano solo morte e distruzione. Un tempo l’esercito romano era forte e pressochè invincibile, ma ora, ridotto nei ranghi, composto in larga parte da quegli stessi barbari, non è monolitico come potrebbe apparire, ha perso molto della sua razionale ed efficiente organizzazione dopo le riforme militari avviate da Diocleziano e perfezionate da Costantino. Piano piano l’impero viene eroso, ma è con la grande battaglia di Adrianopoli del 9 agosto 378 in cui i Romani, sconfitti dai Visigoti, con l’uccisione anche dell’imperatore d’oriente Valente, che le sorti di quello che è stata la più grande e duratura potenza nella storia dell’umanità cominciano a evolvere in senso negativo. Si potrebbe dire che questa battaglia segna l’inizio della fine, anche se seguirono altre battaglie con esiti più favorevoli per i romani, soprattutto grazie a un loro grande generale, di cui poco sappiamo e che è stato oggetto di uno studio da parte dello storico Giorgio Ravegnani. Ezio, anzi per la precisione Flavio Ezio, vissuto dal 390 circa al 454, è il suo nome, un uomo che aveva lo stampo dell’antico romano, impregnato di un alto senso dello stato e dalle indubbie capacità di stratega, dapprima alleato con gli Unni e poi loro acerrimo nemico al punto che li sconfisse, sbaragliandoli, nella famosa battaglia dei Campi Catalaunici, nella regione dello Champagne, avvenuta il 20 settembre 451, ma secondo altri studiosi esattamente tre mesi prima. Trascorsero tre anni ed Ezio moriva, assassinato dall’imperatore Valentiniano III, timoroso per l’ascendente del suo generale. Quella dei Campi Catalaunici fu probabilmente l’ultima grande battaglia vinta dai romani, un vero e proprio canto del cigno. L’aver tolto di mezzo l’unico uomo che per le sue capacità avrebbe potuto difendere l’impero fu un errore madornale, come se Valentiniano si fosse tagliato la mano destra con quella sinistra, e, secondo la tesi dell’autore, consentì di fatto i successivi colpi deleteri sferrati dai nemici di Roma, nemici che avrebbero potuto essere facilmente ostacolati se Ezio fosse rimasto in vita. Di certo la sorte dell’impero era segnata, perché la genesi di uno stato contempla che quando questo si è avviato lungo la parabola discendente questa caduta non può essere fermata, ma al massimo solo rallentata. E appunto Ezio avrebbe spostato in là, di quanti anni non è possibile sapere, la fine di Roma.

Ezio è un interessante saggio storico su un personaggio meno conosciuto di altri grandi condottieri romani, ma non non meno valido e pertanto degno della massima considerazione.

Caporetto - Alessandro Barbero

Credo che sia difficile trovare un evento nella ancor pur breve storia dell’Italia che abbia colpito il nostro popolo in modo così evidente, al punto di definire ogni risultato particolarmente negativo come “una Caporetto”. Del resto, in quelle giornate di fine ottobre del 1917 poco ci mancò perché le truppe tedesche e austriache arrivassero a dilagare nella pianura padana, determinando di fatto la fine del nostro stato.
Ma come è potuto accadere che un esercito come il nostro, quasi sempre in numero ben superiore all’avversario e dotato di moltissime artiglierie venisse di fatto ridicolizzato da un nemico che dopo undici battaglie sull’Isonzo si riteneva incapace di sostenerne una dodicesima? Proprio per questo motivo, nel timore di un crollo con un altro scontro diretto, l’alto comando austriaco si risolse di chiedere aiuto all’alleato tedesco e insieme elaborarono un piano che, se nelle intenzioni era volto ad alleggerire la tensione sul fronte, di fatto arrivò quasi a ottenere una nostra irreparabile sconfitta, insomma una Waterloo o una Stalingrado. Data la tematica non pochi storici hanno provato a dare una risposta, più o meno convincente, ma comunque non così attentamente elaborata come ha invece fatto il prof. Alessandro Barbero. L’impegno nell’opera è stato notevole, se si considera che il volume, edito da Laterza, consta di ben 645 pagine, ivi comprese quelle dedicate alle carte geografiche, poche in verità, ma utilissime; non mancano poi alla fine corpose parti dedicate alle indispensabili note e alla ragguardevole e ben scelta bibliografia. Il lavoro è stato ben strutturato in XIII capitoli, che vanno dall’ideazione dell’offensiva alla nostra ritirata in Friuli, affrontando tutta una specificità di aspetti che se non riescono a dare una risposta certa al 100% su chi fu colpevole del disastro, chiariscono però non poche cose. In particolare, e qui Barbero è piuttosto esplicito, ritiene che la colpa non può essere attribuita solo a Cadorna, a Badoglio o al suo comandante dell’artiglieria colonnello Cannoniere, perché la responsabilità, come esposto nel saggio storico, è condivida da tantissimi altri. Lo sfacelo del fronte, con il collasso del nostro esercito, fu il fallimento di un’organizzazione posticcia, in cui le direttive erano a dir poco nebulose, le decisioni importanti erano prese in modo intempestivo, la professionalità latitava, la paura di assumere provvedimenti, con l’assunzione quindi di responsabilità, era la norma, la stanchezza di quasi tutti i soldati era giunta a un punto tale da far preferire loro la fuga o la resa. Inoltre, il distacco fra comandanti e militari semplici era tale da lasciar chiaramente intendere che i primi costituivano una casta, mentre i secondi erano solo carne da macello, e del resto in quest’ottica si preferiva nominare ufficiali, dopo un corso affrettato, giovani inesperti, ma figli della borghesia, invece di ricorrere ai subalterni (sottufficiali) che avevano maturato una grande esperienza in anni di guerra. Cadorna, che non era uno stratega scadente, anzi era un buon comandante sotto questo aspetto, aveva poi il difetto di considerare i componenti del suo esercito come semplici strumenti in mano a lui, artigiano della guerra, strumenti da spremere senza alcun riguardo. E pensare che aveva avuto a portata di mano la possibilità di vincere la battaglia risolutiva, se avesse preceduto, di poco, l’offensiva nemica, cogliendola nella fase di attesa, quella più delicata, con tutte le truppe in prima linea. Il nostro Servizio informazioni gli aveva detto dove sarebbero avvenuti gli attacchi, le forze utilizzate, i mezzi che sarebbero stati impiegati, il giorno e l’ora, ma come già accaduto in passato il comandante supremo non si fidò del nostro spionaggio, con le conseguenze che tutti conosciamo.
Quindi, ricapitolando, l’opera di Barbero, ben strutturata organicamente, è in grado di offrire una visione a 360° dell’intero evento, e ciò viene fatto con rigore storico, ma anche con dinamismo e a volte con quelle punte di ironia che sono proprie dell’autore, così che la lettura risulta agevole e anche avvincente, tanto di avere sovente l’impressione di essere presenti, come spettatori, sul palcoscenico che ospita il tragico fatto. Tale coinvolgimento è di particolare rilievo ove si consideri che l’analisi comprende anche la situazione della grande massa di prigionieri che fecero le forze nemiche, nonché gli aspetti, meno strettamente militari, di quella che può essere considerata la più grande ritirata della storia, in cui non pochi soldati in fuga diedero sfogo agli istinti più repressi. Si accenna appena, invece, ai motivi per i quali migliaia di militari sconfitti e demoralizzati riuscirono da subito, giunti sulla linea del Piave, ad arrestare l’offensiva nemica; infatti, e giustamente, Barbero scrive che per far questo occorrerebbe un altro corposo libro.
Mi sembra superfluo aggiungere che la lettura di questo approfondito saggio storico non solo è consigliata, ma è da me vivamente raccomandata per la completezza con cui viene trattato l’argomento e per l’equilibrio dell’autore nella ricerca delle colpe, da cui emerge anche una caratteristica italica, quell’improvvisazione, non disgiunta da menefreghismo, che purtroppo ci portiamo dietro e che nei momenti più delicati emerge chiaramente, come anche avvenne nella seconda guerra mondiale.

La battaglia - Alessandro Barbero

“Spero di non vedere più un’altra battaglia: questa è stata troppo scioccante. È troppo vedere uomini così valorosi, così degni gli uni degli altri, che si tagliano a pezzi in quel modo.” (Sir Arthur Wellesley, I Duca di Wellington)

Come è riportato in tutti i testi scolastici la battaglia di Waterloo, combattuta il 18 giugno 1815 fra le truppe francesi e quelle inglesi e dei loro alleati prussiani, si concluse con la sconfitta dei primi e sancì la definitiva uscita di scena di Napoleone Bonaparte, condannato a una sorta di esilio-prigione nella sperduta isola di Sant’Elena. La vittoria, che dapprima sembrava arridere a l’Armée du Nord, fini invece per essere ottenuta dai suoi avversari grazie all’improvvisa comparsa sul campo di battaglia dell’esercito prussiano. Di questo grande e sanguinoso evento bellico parla lo storico Alessandro Barbero in La battaglia Storia di Waterloo. Come è sua abitudine nel ricercare la maggior completezza d’informazione scrive del prima, del durante e del dopo, fornendo tutti i possibili dati per meglio comprendere il significato di questo scontro. E lo fa con pazienza certosina, elencando per esempio le forze in campo, suddivise per stati partecipanti, il loro armamento, le loro divise, la struttura logistica, le tecniche di battaglia a cui erano addestrati, non trascurando le figure dei comandati in capo, come Napoleone Bonaparte per i francesi, il duca di Wellington per gli inglesi e il feldmaresciallo von Blucher per i prussiani.
Per quanto Barbero cerchi di essere chiaro e snello, così tante notizie propedeutiche, per quanto utili, ogni tanto costringono il lettore a concedersi un po’ di riposo, frastornato dalla mole di dati e di informazioni che gli vengono sottoposti, ma dove lo storico piemontese da il meglio di sé è nella descrizione vera e propria dello volgimento della battaglia, forse qui più da narratore che da saggista, anche se si ritrae la convinzione che in ogni caso si sia attenuto rigorosamente a quanto effettivamente avvenne, sulla base di un numero considerevole di fonti. Entra così in gioco una spiccata creatività che ci porta a vedere gli scontri in una serie di lunghe sequenze come se si trattasse di una pellicola cinematografica, e sembra quasi di udire il rullo dei tamburi, gli spari dei fucilieri, il nitrito dei cavallo morenti, il rumore delle cannonate che i due avversari si scambiarono senza risparmio. Questa è la parte indubbiamente migliore di un saggio che si colora di romanzo storico, che avvince e convince, anche se sovente ci si perde sul terreno fra le posizioni degli opposti schieramenti in un territorio che ci è sconosciuto e che le poche cartine disponibili aiutano poco a identificare. Ci sono scene così ben descritte che si ha proprio l’impressione di essere presenti agli scontri, di vedere le formazioni inglesi che in quadrato resistono all’assalto dei Corazzieri, la famosa e letale cavalleria francese, quasi si odono gli strepiti dei fanti che vanno all’attacco al grido di “Viva l’imperatore” e perfino il rantolo dei moribondi risuona nelle orecchie; il fumo degli scoppi irrita le narici e pare di essere travolti da orde di soldati esasperati e disperati che pensano solo a scannarsi. In tutta sincerità sono dell’opinione che l’autore abbia visto “Waterloo”, il famoso film di Sergej Bondarciuk uscito nel 1970, una pellicola di grande pregio con Rod Steiger nei panni di Napoleone e Christopher Plummer che impersona il Duca di Wellington.
Come è più che logico, leggendo questo libro viene naturale chiedersi il perché della sconfitta di Napoleone che alla vigilia della battaglia era considerato il favorito alla vittoria; i motivi sono più d’uno, come sempre in questi casi, anche perché gli errori e le deficienze sono proprie di entrambi i contendenti. Non si può imputare al fatto che il giorno e la notte prima fosse piovuto abbondantemente e che pertanto il terreno fosse d’ostacolo alle manovre, soprattutto a quelle dell’artiglieria, poiché questo dato interessava entrambi gli schieramenti; né si possono imputare colpe di scarsa combattività e di inadeguata preparazione dei francesi, perché all’epoca il loro esercito era il migliore in assoluto; d’altra parte non si può nemmeno considerare la strategia di Wellington come geniale, perché era l’unica che gli era possibile, cioè resistere a oltranza fino all’arrivo dei prussiani; lasciando da parte la sfortuna, che in questi casi ha un’incidenza relativa, l’errore maggiore è stato proprio di Napoleone che ha sottovalutato la possibilità che l’esercito prussiano, alla cui caccia si era messo da due giorni il maresciallo Grouchy, potesse comparire sul campo di battaglia; tuttavia, il calcolo dell’imperatore non era del tutto infondato, perché contava che, se fossero arrivati i prussiani, alle loro calcagna ci sarebbe stata appunto l’armata inseguitrice, che però si era messa a cercare in tutt’altra direzione.
Si sa come andò a finire: l’esercito di von Blucher, dopo una marcia forzata, arrivò giusto in tempo per dare una mazzata ai francesi, mentre Grouchy non giunse mai a Waterloo, impegnato di continuo in confusi combattimenti con la retroguardia prussiana. Napoleone aveva perso non solo una battaglia, ma anche il trono; già tuttavia era un uomo stanco e finito e i famosi cento giorni ora possono apparire come l’estremo tentativo di un grande protagonista della storia di opporsi al suo declino, ma in questi casi il risultato è sempre negativo, perché chi è stato tanto in alto e quasi sempre vittorioso non può portarsi appresso i fantasmi delle sconfitte, soprattutto quello della tragica disfatta della sua grande armata nel corso della campagna di Russia. Quel sole splendente che gli aveva arriso ad Austerlitz non era che un lontano ricordo, sotto il cielo grigio del Belgio e nel buio di chi sa che non avrà più futuro.
La battaglia Storia di Waterloo è un libro da leggere e rileggere, non solo perché è di notevole interesse, ma anche perché è bellissimo.

Un eroe del nostro tempo - Vasco Pratolini

L’anno è il 1945 ed è da poco che è avvenuta la Liberazione; la vita è difficile, c’è un’Italia da ricostruire anche nel suo tessuto sociale, perché la lunga guerra, il periodo della Resistenza, con il conflitto civile, si sono chiusi ufficialmente il 25 aprile, ma gli strascici sono ben lontani dallo scomparire. E’ così che in un appartamento di Firenze sono costretti a convivere Faliero e Bruna, marito e moglie comunisti ex partigiani, il sedicenne fascista Sandrino con la madre succube Lucia, e Virginia, una bella donna, vedova di un ex repubblichino. In questa forzata coabitazione è rappresentata l’Italia post bellica, con i suoi drammi e anche le sue speranze, ma non è questa la chiave di lettura del romanzo di Pratolini, o meglio non è l’unica, perché protagonista assoluto è forse quello che non ti aspetti, il ragazzino, fascista fino al midollo e che come tale si comporta, violento con i deboli e pavido con i forti, un ritratto eseguito in modo perfetto. Sandrino approfitta della condiscendenza della madre, attrae a sé la debole Virginia, prima succube del padre, poi del marito repubblichino e ora infine di quel ragazzo che dimostra qualche anno in più della sua effettiva età. Con brutalità la fa sua, la tormenta, le sottrae i soldi, e più dimostra la sua intima cattiveria, più viene adorato da una donna che ha forti tendenze masochiste. Faliero, a cui dispiace vedere un giovane, se pur nemico, prendere una strada senza ritorno cerca di ricondurre alla ragione Sandrino, ma è tutto inutile, perché logica e sentimento, che danno smalto a una persona, sono del tutto sconosciute nel ragazzo, che con la vocazione a una progressiva e totale disumanizzazione si avvia senza accorgersi a un percorso di eccessi convulsi che lo porteranno all’autodistruzione. Senza che Faliero e Bruna appaiano degli eroi viene evidenziata la differenza nel vivere rispetto a Sandrino, con il quieto rapporto di due persone in cui l’amore, quello fatto di sentimento e di dedizione, riesce a colmare qualsiasi dissidio, fortifica l’ideale politico, lascia sempre aperta una porta alla speranza. Nel ragazzo invece c’è una sorte annunciata dall’assenza di autentici sentimenti, di un amore non nel suo più alto significato, una specie di amore senza amore; c’è invece una compulsione che lo porta a torturare, non solo psicologicamente, chi gli offre il suo amore, sia che si tratti di quello materno di Lucia, sia che appaia come la disperata passione di Virginia.
E in una Firenze sotto la neve, mentre Faliero e Bruna fanno progetti per l’avvenire, Sandrino, che ha avuto per un attimo l’opportunità di un affetto che forse potrebbe diventare autentico amore, a passi rapidi giunge alla fine della sua strada, con il rosso del sangue di Virginia che sporca la neve.
Bello, anzi di più, Un eroe del nostro tempo è un bellissimo romanzo.

La boutique del mistero - Dino Buzzati

Inizio subito con il precisare che è ben difficile trovare fra questi 31 racconti uno che sia di modesta levatura, perché, caso più unico che raro, oltre a essere di piacevole lettura, sono tutti di qualità. Se non ci sono punti di contatto fra gli stessi, tutti però sono improntati dall’autore al genere surreale, non frequente, di non facile realizzazione e quindi, dato il loro livello, ancora più apprezzabili. Ben lungi dall’idea di parlare di ognuno di essi desidero solo dare alcuni cenni affinché si possa comprendere di che si tratta.
Sette piani, quelli di una clinica, in cui i pazienti ricoverati hanno una gravità nella loro malattia inversamente proporzionale all’altezza, e così nel settimo si trovano quelli quasi sani e nel primo i morituri. Lì si parla della sventura di un malato che rifiuta categoricamente il suo destino mano a mano scende nei vari piani.
Il mantello, con il ritorno dalla guerra di un soldatino alla sua famiglia. Commovente nell’esposizione e angosciante nella conclusione.
Una cosa che comincia per elle. Tutto poteva pensare Cristoforo Schroder quando, arrivato al paese di Sisto, era sceso alla locanda, come soleva fare abitualmente per la sua attività. Questa volta però lo attendeva una sgradita sorpresa che avrebbe travolto la sua vita.
Una goccia, che in una casa a più piani anziché scendere per la forza di gravità, sale per le scale, terrorizzando gli inquilini.
Racconto di Natale, con una disperata ricerca di Dio, forse il più bello di tutti, incalzante, visionario, ma al tempo stesso concreto.
Il colombre, una specie di favola moderna, ma dai toni drammatici sugli insegnamenti sbagliati di certi genitori che, invece di educare i figli ad affrontare eventuali avversità, impongono loro di fuggirle, di fatto facendoli diventare schiavi, prima ancora che del destino, delle loro paure.
La giacca stregata, un’altra favola, il cui fine, puramente morale, è che non dobbiamo lasciarci sottomettere dall’avidità e che dobbiamo pertanto agire secondo coscienza, perché a ogni nostro arricchimento corrisponde l’impoverimento di qualcun altro.
I sette messaggeri, altra favoia la cui morale è che ci è impossibile arrivare ai confini del nostro mondo e della nostra conoscenza.
Qualcosa era successo, con un viaggio dal Sud a Milano che si trasforma in un incubo, con le paure ancestrali che deformano semplici situazioni per portare a supporre l’esistenza di qualcosa di eclatante e pericoloso.
Insomma, posso dire che prima di cominciare a leggere questa raccolta avevo qualche dubbio in ordine al fatto che mi potesse risultare gradita e invece, fin dalle pagine iniziali, dai primi racconti sono rimasto avvinto da una prosa scorrevole e da una creatività veramente notevole.
Da leggere, pertanto.

Il duca di Sabbioneta - Luca Sarzi Amadè

Vespasiano I Gonzaga nacque a Fondi il 6 dicembre 1531 da Isabella Colonna e da Luigi Gonzaga “Rodomonte” . Rimasto giovanissimo orfano del padre, la madre si sposò con il principe di Sulmona, rinunciando a crescere il figlio che, grazie all’interessamento del nonno Lodovico presso l’imperatore, fu affidato alla zia paterna Giulia Gonzaga che lo allevò amorevolmente e che, anche per evitare al nipote di essere eliminato dai Colonna per questioni successorie, lo inviò alla corte di Carlo V d’Asburgo, dove fu nominato paggio d’onore del futuro re Filippo II. Grande condottiero, abilissimo diplomatico, fece una rapida e notevole carriera, investito direttamente dall’imperatore Massililiano II del titolo di principe del Sacro Romano Impero. Gli onori di certo non gli mancarono, come i titoli e gli appannaggi: Grande di Spagna, vicere di Navarra e di Valencia, marchese e poi duca di Sabbioneta, un feudo del mantovano sempre rimasto indipendente dal ramo principale dei Gonzaga, cavaliere dell’ordine del Toson d’Oro. Ma il capolavoro della sua vita, di cui restano ancor oggi le preziose testimonianze, fu l’aver ideato e realizzato la città ideale: Sabbioneta. Gli ci vollero trentacinque anni, dal 1556 alla sua morte, avvenuta il 26 febbraio 1591, ma alla fine lo scrigno di bellezza si aprì agli occhi del mondo, mostrando i suoi gioielli, che ancor oggi sono meta di un flusso consistente di turisti. I suoi feudi comprendevano, oltre a Sabbioneta, il marchesato di Ostiano, la contea di Rodigo, le Signorie di Bozzolo, Rivarolo Mantovano e Commessaggio, il ducato di Trajetto, la contea di Fondi, la baronia di Angiona, le Signorie di Turino e Caramanico. Andarono tutti alla figlia Isabella (l’unico maschio, Luigi, era morto quattordicenne) che li portò in dote al marito Luigi Carafa della Stadera, principe di Stigliano. Vespasiano fu indubbiamente un grande protagonista della sua epoca, ma l’aver realizzato la città ideale, che tutti possiamo vedere, costituisce senz’altro il suo più grande merito.
Di tutto questo parla Il duca di Sabbioneta, un’eccellente biografia scritta da Luca Sarzi Amadè dopo un lungo lavoro di ricerca delle fonti che, come nel caso di uno storico che si rispetti, sono elencate al termine dell’opera, la cui realizzazione deve aver richiesto una certosina collazione delle tante notizie, non tutte strettamente attinenti alla figura del protagonista, ma che vanno anche oltre, al fine di collocarlo esattamente in un periodo di tempo in cui i numerosi eventi lo videro alla ribalta. Non si possono non apprezzare i risultati, atteso che di quell’epoca (il XVI secolo) molto in questo modo ci è stato dato di conoscere, con una lettura avvincente e, soprattutto, mai greve, tanto che a volte si ha l’impressione (beninteso è solo un’impressione) di avere per le mani un romanzo storico.
Prima di leggere questo libro avevo una conoscenza approssimativa di Vespasiano, che consideravo, erroneamente, un personaggio minore rispetto ai membri della linea principale dei Gonzaga, ma ora ho la certezza che non fu da meno di Francesco II, il consorte della celebre Isabella d’Este, e soprattutto
del suo quasi coevo Vincenzo I, il famoso splendido principe rinascimentale dalle mani bucate.
Di conseguenza, sono più che convinto della validità e dell’interesse di questo lavoro di Luca Sarzi Amadè.

Stoner - John Williams

Di questo libro ne avevo sentito parlare da tanti e sempre con giudizi ampiamente positivi, anzi entusiastici, tanto da fa supporre che fosse nata una Stonermania. Eppure, quando il romanzo fu pubblicato nel 1965 non ottenne molto successo, anzi finì con il diventare una delle tante opere che ogni anno vengono date alle stampe e che è già molto se ha un volume di vendite discreto; infatti, il titolo ben presto finì fuori catalogo. Fu in occasione della sua ripubblicazione nel 2003 che incominciò a incontrare i favori di un numero sempre più ampio di lettori che parlandone sui social network contribuirono in modo determinante a una sua ampia diffusione. Cosa era cambiato per fare diventare best seller un libro che quasi quarant’anni prima aveva incontrato solo tiepidi favori e quale era il motivo del suo travolgente successo? Era subentrata una nuova generazione di lettori, di gente che nel soffocante neoliberismo aveva cominciato a chiedersi quale era il senso della vita, insoddisfatta dai proclami secondo i quali ogni uomo è artefice di se stesso, desiderosa di trovare una verità che, per quanto non auspicabile al massimo grado, era però la premessa indispensabile per porsi le domande che il materialismo aveva soffocato: chi sono, cosa faccio, dove vado, posso ribellarmi al destino? In questo senso la figura di William Stoner, questo figlio di agricoltori che hanno lottato sempre e solo per sopravvivere, portati ad accettare la loro condizione con rassegnazione, si identificava e si identifica con quella di un uomo qualunque, come la sua vita è una vita qualunque, senza gesta memorabili, senza eroismi, insomma una vita come quella che è propria di ognuno di noi.
Stoner riesce a lasciare la desolazione della campagna laureandosi e quasi per caso scopre la sua vera vocazione di insegnante, si sposa con la prima donna che ha occasione di conoscere e non sarà un bel menage coniugale, riesce perfino ad avere un’amante per un breve periodo, ha contrasti con un collega prevaricatore nell’università in cui entrambi insegnano, arriva alla vecchiaia e in prossimità di quella pensione che non potrà tuttavia godere. Come un giunco sotto la forza del vento, Stoner si piega, ma non si spezza, certo potrebbe anche opporsi al destino, almeno in alcuni casi, ma non lo farà, come non lo facciamo noi, poco propensi a rincorrere l’incerto restando adagiati in un certo che non ci soddisfa, ma con il timore che cambiare sia peggio. All’inizio della lettura Stoner sembra un personaggio del tutto anonimo, una comparsa quasi, ma, mentre si procede, ci accorgiamo della sua personalità, delle sue miserie e delle sue grandezze, diventa sempre più familiare, troviamo in lui caratteristiche che ci accomunano, Stoner è solo uno di noi. E come ciascuno ha una valvola di sfogo alle vicissitudini della vita, come per esempio chi trova nella religione la forza per vivere e superare le avversità, Stoner ha una sua religione, laica, la letteratura, un’arte in cui immergersi e costruire un proprio mondo, un’arte a cui ha contribuito con una pubblicazione ed è questa pubblicazione che prende con difficoltà in mano negli ultimi istanti della sua vita, ma che sfuggirà dalle sue dita con l’ultimo respiro. A proposito, le ultime pagine di questo romanzo sono dedicate alla morte del protagonista e sono un’esperienza indimenticabile, certamente struggenti, ma il crescendo di partecipazione emotiva con un uomo che ripercorre in pochi minuti la sua esistenza di cui forse ora è soddisfatto consente di arrivare a vette eccelse, permette di raggiungere il sublime.
Non aggiungo altro, e le mie parole sono superflue di fronte a un simile capolavoro che si giudica da sé.

Vincoli - Kent Haruf

Corrono circa trent’anni (dal 1984 al 2015) fra le pubblicazioni di Vincoli e di Le nostre anime di notte, quest’ultimo uscito postumo, e in questo lasso di tempo sono stati dati alle stampe anche Canto della pianura, Crepuscolo e Benedizione, romanzi tutti ambientati a Holt, una cittadina americana del tutto immaginaria, ma simile a tante altre a vocazione prettamente agricola. Lo stile scarno, ma non povero rimane sostanzialmente uguale, quello stile che non poco ha contribuito al successo e alla fama di Kent Haruf; non si può infatti rimanere insensibili di fronte all’immediatezza della comprensione di ciò che è scritto, un mezzo per esprimere passioni proprie del genere umano, capaci, grazie a trame ben congegnate, di avvincere dalla prima all’ultima riga. Eppure il narratore americano non è che arzigogoli pensieri particolarmente complessi, rivelando analisi delle personalità in modo determinante, no, senza troppe complicazioni ci porta a conoscere i suoi personaggi sia nella loro esteriorità sia all’interno del loro animo. Risulta, quindi, una lettura facile, gradevole e avvincente ed è questo che ha determinato il successo di Haruf, conosciuto in Italia solo da poco tempo e grazie all’editore NN. Vincoli ci introduce per la prima volta a Holt e lo fa quasi alle sue origini, alla fine del XIX secolo, allorché i pellirosse che lì vivevano prima dei coloni bianchi avevano lasciato quelle terre aride da circa una ventina di anni. La storia che ci viene narrata è quella di famiglie i cui terreni agricoli sono confinanti, ma è anche la storia di un grande amore che la grettezza di un padre padrone ha troncato, rendendo infelici i suoi due figli e il figlio dei vicini. La vicenda è narrata da Sanders Roscoe, un uomo che non è stato vittima di questo amore ostacolato, ma che ne è perfettamente a conoscenza, essendo il figlio di uno degli interessati e ciò che più sorprende è l’affetto che poco a poco cresce in lui per quella che avrebbe potuto essere sua madre e non lo è stata, un affetto che è quasi infatuazione e che rischia di diventare amore, nonostante una trentina di anni di differenza. A Holt, in questo microcosmo quasi sperduto nelle grandi pianure americane, si nasce, si vive e si muore, come in ogni parte del mondo, ma anche si ama o si odia, come appunto in ogni altra parte del mondo. E allora che cosa c’è di tanto interessante per apprezzare e amare i romanzi di Haruf? C’è la dolcezza e la pietà, a seconda dei casi, con cui Haruf anima i suoi personaggi, con cui descrive le loro passioni, i loro pregi e i loro difetti, ma senza giudicare, perché sembra dirci che la vita è così, quella vita di cui anche noi siamo parte con le nostre virtù e le nostre pecche. E per quanto lo stile sia semplice e scarno, a tratti è venato da un alone di poesia, capace di stemperare tragedie e di infondere speranze, così che i protagonisti non compaiono per ritirarsi poi come ombre, ma entrano in noi. Come sono possibili da dimenticare il padre padrone Roy Goodnough che agita i suoi moncherini, il figlio Lyman un po’ ritardato e succube, la dolce figlia Edith, una vittima sacrificale, il suo mancato sposo John Roscoe e l’io narrante Sanders Roscoe? No, ognuno immaginandoseli a modo suo se li ricorderà ogni volta che andando in campagna vedrà qualcuno che ara la terra, qualcun altro che porta le mucche al pascolo o una donna che dà il becchime alle galline. Perché? Perché sono personaggi di fantasia, ma che sembrano veri, nel senso che si ha la sensazione che siano esistiti veramente e che, prima o poi, altri come loro si possano incontrare.
Vincoli è un romanzo stupendo.

Vita e destino - Vasilj Grossman

“E dove la violenza cerca di cancellare varietà e differenze, la vita si spegne.”
Non è stato un caso, ma una scelta quasi obbligata riportare questa fra le tante riflessioni dell’autore di Vita e destino, un aspetto non trascurabile di un’opera impegnata e impegnativa sul tema del bene e del male, trattato ricorrendo a un grandioso affresco storico in cui sono stati dipinti alcuni anni della seconda guerra mondiale, l’ultima del secolo scorso, caratterizzato dall’ascesa e caduta di due grandi totalitarismi, dall’orrore dei lager e dei gulag.
Ma c’è qualcosa che va anche oltre questo orrore ed è una Stalingrado dilaniata dalla guerra in cui il confine fra la vita e la morte è labile, tanto che i vivi sembrano ombre di quello che sarà il loro imminente futuro, un corpo esanime che è già tanto se è rimasto intero. La descrizione di questa lunga e quasi interminabile battaglia è una prova di bravura che rasenta l’inverosimile, tanto che sembra di udire, leggendo, il crepitio delle mitragliatrici, il sibilo dei proiettili in arrivo e infine lo scoppio degli stessi. Se questo è il palcoscenico la recita ha per oggetto le due grandi tragedie di quel secolo, il nazismo e lo stalinismo, mostrate in modo non tecnicistico, ma ricorrendo all’indubbio potere della letteratura.
Nella miriade di personaggi che affollano quest’opera, alcuni realmente esistiti, altri inventati, c’è un comune denominatore, nel senso che ognuno di loro, o per essere carnefice, o per essere vittima, oppure per restare indifferente, è parte indispensabile dell’assurdità dei totalitarismi, in cui l’ideologia distorta soffoca sempre la verità, in cui si tende a rendere gli esseri umani delle copie precise, capaci di interpretare l’orrore di ogni giorno sia attivamente che passivamente, e al riguardo mi vengono in mente certi processi staliniani in cui gli imputati, quasi sempre accusati ingiustamente, si autoaccusavano quasi con letizia, desiderosi di dare il loro contributo, se pur passivo, al continuo falò dell’orrore. E’ impossibile parlare dei protagonisti di questo libro, tanti sono da sembrare essi stessi il libro, ma è appunto attraverso le loro storie, vere e proprie testimonianze, che Grossman dà voce al suo pensiero. Tuttavia, un’eccezione la faccio, se non altro perché è in grado di spiegare meglio di me i concetti di questo romanzo; mi riferisco al bolscevico Mostovskoj e soprattutto al colloquio notturno in un lager nazista in cui il comandante, un SS di nome Liss, gli dice: “ .../ Quando io e lei ci guardiamo in faccia, non vediamo solo un viso che odiamo. È come se ci guardassimo allo specchio. È questa la tragedia della nostra epoca. Come potete non riconoscervi in noi, non vedere in noi la vostra stessa volontà? /...”. E’ la simmetria del male, perché il male è male, qualunque sia l’ideologia alla sua base. Sono tentato di andare oltre, di parlare più compiutamente di altri protagonisti di questo romanzo che accanto a pagine che fanno rabbrividire ne presenta altre a dir poco struggenti, come per esempio la lettera, l’ultima, al figlio di una madre ebrea rinchiusa in un ghetto e in procinto di affrontare il viaggio verso la morte. Fra tante verità, sommessamente pronunciate, fra le quali colpisce come una stilettata la bontà di chi non ha nulla, il suo altruismo insospettabile, c’è una vena poetica capace di far palpitare nel cuore del lettore il sentimento materno.
Su tutto, però, fiorisce l’anelito per la libertà, il desiderio di ognuno di avere un destino non imposto da altri, tanto più forte, quanto più è assente quella libertà che la violenza sopprime per tacere la verità. Non a caso Grossman scrive. “ .../ Il desiderio congenito di libertà non può essere amputato; lo si può soffocare, ma non distruggere. Il totalitarismo non può fare a meno della violenza. Se vi rinunciasse, cesserebbe di esistere. Il fondamento del totalitarismo è la violenza: esasperata, eterna, infinita, diretta o mascherata. L’uomo non rinuncia mai volontariamente alla libertà. E questa conclusione è il faro della nostra epoca, un faro acceso su tutto il nostro futuro. /...”.
Il romanzo è ovviamente molto bello, probabilmente uno dei capolavori dello scorso secolo; gli nuoce solo una certa discontinuità dovuta a una lunghezza non indifferente, ma cosa possono essere 750 pagine di fronte al piacere di scoprire che la lettura è un viaggio nel più profondo dell’animo umano?
Se ne potrà uscire sconvolti, oppure rapiti da un senso di serenità, ma in ogni caso c’è la convinzione che questo viaggio doveva essere fatto e che noi che l’abbiamo compiuto siamo un po’ cambiati, ora guardiamo la vita con occhi diversi.